Comincio ad avere qualche difficoltà nel dover intervenire sul dibattito relativo ai detenuti sottoposti al cosiddetto carcere duro, quello previsto dall’articolo 41 bis della legge 354/1975.
Le difficoltà derivano dalla totale disinformazione di alcuni, dalla furbizia di tanti e dall’ignoranza dell’argomento da parte di molti. Capisco che sia molto più accattivante urlare contro il governo, contro il ministro, contro la Presidente del Consiglio. È altrettanto stucchevole, però, ascoltare le risposte di chi oggi governa e che, quando viene chiamato a rispondere delle proprie scelte, rimanda alle decisioni prese in passato da altri governi, nei quali gli esponenti del Movimento Cinque Stelle erano protagonisti.
È un gioco antico: chi governa difende il presente ricordando gli errori del passato, chi sta all’opposizione dimentica quelli commessi quando governava. Nel frattempo il carcere rimane lì, con i suoi problemi e le sue contraddizioni. E soprattutto con persone che, troppo spesso, vengono utilizzate come pedine di una partita politica nella quale il carcere diventa soltanto uno sfondo.
Io so di essere un pessimo politico. Ed è una certezza della quale vado fiero.
Sono stato, invece, per quarant’anni un esponente del Ministero della Giustizia, negli ultimi anni anche con ruoli apicali. Del 41 bis mi sono occupato direttamente quando ero responsabile dell’Ufficio detenuti del Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria di Cagliari.
Lo riaffermo perché, prima di parlare, sarebbe necessario conoscere.
E conoscere significa anche ricordare.
Le scelte che hanno prodotto l’attuale geografia penitenziaria della Sardegna non sono cadute dal cielo. Sono figlie di accordi, pianificazioni, valutazioni politiche e amministrative. Possono essere state sbagliate, alcune lo sono state certamente, ma sono comunque scelte precise, maturate in determinati momenti storici e sotto governi diversi.
Per questo credo sia necessario cominciare dall’inizio.
Quelle scelte partono da molto lontano, quando a governare era Silvio Berlusconi e ministro della Giustizia era Roberto Castelli. In quegli anni, tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, si chiedeva a gran voce la costruzione di nuovi penitenziari in Sardegna. E, a dire il vero, lo chiedevano praticamente tutte le forze politiche.
I vecchi istituti dovevano chiudere.
San Sebastiano, Buon Cammino, la Reggia di Oristano, la Rotonda di Tempio erano considerati strutture ormai inadeguate, vecchie, difficili da gestire, in alcuni casi indegne delle esigenze di un’amministrazione penitenziaria moderna. L’obiettivo dichiarato era condivisibile: costruire istituti più snelli, moderni, vivibili, più rispettosi delle esigenze dei detenuti e del personale.
Nessuno, sottolineo nessuno, in quegli anni propose seriamente qualcosa di diverso.
Il problema arrivò dopo.
Il primo grande errore fu la scelta delle zone nelle quali costruire i nuovi istituti.
Quasi tutti vennero collocati in estrema periferia, lontani dai centri abitati e spesso difficilmente raggiungibili. Uta, per esempio, venne costruito a circa 26 chilometri da Cagliari, in una zona industriale e senza servizi intorno.
Soltanto gli operatori penitenziari provarono a dire che quella scelta era assurda.
Perché un carcere non è un capannone industriale. Un carcere vive della relazione con il territorio. Ci lavorano centinaia di persone. Ci arrivano avvocati, magistrati, operatori sociali, familiari. Ci arrivano i detenuti tradotti nei tribunali. Ci devono arrivare i servizi sanitari, quelli sociali, quelli educativi. E soprattutto ci devono poter arrivare le famiglie.
Costruire un istituto penitenziario lontano da tutto significa scaricare sui cittadini, sui lavoratori e sulle famiglie il costo di una scelta urbanistica.
Per chi lavora in carcere significa percorrere ogni giorno decine di chilometri.
Per un familiare significa affrontare un viaggio per poter vedere una persona detenuta.
Per la sicurezza significa trasferire continuamente detenuti da una struttura periferica verso i tribunali, percorrendo strade e distanze che prima non esistevano.
Non accadde nulla.
O meglio: accadde esattamente ciò che gli operatori avevano previsto. Ma nessuno sembrò preoccuparsene abbastanza.
Il secondo errore fu ancora più grave.
Si decise, in quel contesto politico, di costruire carceri molto grandi, capaci di contenere un numero elevato di detenuti.
La scelta poteva avere una sua ragione pragmatica: concentrare le risorse, razionalizzare il personale, ridurre i costi di gestione. Ma entrava in contraddizione con lo spirito stesso dell’ordinamento penitenziario.
L’articolo 5 della legge 354 del 1975 dice una cosa molto semplice e molto spesso dimenticata: gli edifici penitenziari devono essere dotati di locali destinati alle esigenze di vita individuale e di spazi per lo svolgimento delle attività lavorative, formative e, ove possibile, culturali, sportive e religiose.
Il carcere, dunque, non dovrebbe essere soltanto un luogo nel quale tenere chiuso qualcuno.
Dovrebbe essere un luogo nel quale una pena viene eseguita nel rispetto della persona e nel quale, attraverso il lavoro, la formazione, l’istruzione, lo sport, la cultura e le relazioni, si prova a preparare il ritorno nella società.
E c’è un altro principio che in Sardegna abbiamo dimenticato troppo facilmente: quello della territorializzazione della pena.
Una persona dovrebbe, quando possibile, scontare la propria pena vicino al territorio di appartenenza, perché il mantenimento dei rapporti familiari e sociali è parte integrante del percorso penitenziario e della possibilità di reinserimento.
La Sardegna, proprio per questa ragione, avrebbe avuto bisogno di una capacità ricettiva sostanzialmente commisurata alla propria popolazione detenuta di origine sarda: nell’ordine, indicativamente, di circa 900 posti.
Invece abbiamo costruito strutture enormi e periferiche.
Uta.
Bancali.
Massama.
Nuchis.
Carceri nuove, grandi, spesso lontane dai centri abitati, nate dentro una pianificazione che nessuno sembrava voler mettere seriamente in discussione.
Nessuno fiatò.
Nessuno urlò.
Nessuno organizzò allora campagne contro il governo, contro il ministro, contro la maggioranza di turno.
I problemi erano già tutti lì, scritti nelle carte e visibili agli occhi di chi lavorava dentro quelle strutture.
E oggi, quando discutiamo del 41 bis, dei detenuti sottoposti al regime speciale, della distribuzione degli istituti penitenziari e della situazione delle carceri sarde, sarebbe bene ricordare tutto questo.
Perché la geografia penitenziaria della Sardegna non è nata ieri.
E soprattutto non è nata con l’attuale governo.
È il risultato di una storia lunga, nella quale hanno responsabilità governi di destra e di sinistra, maggioranze diverse, amministrazioni diverse e, diciamolo con chiarezza, anche una classe dirigente che troppo spesso ha preferito non vedere.
Questa è soltanto la prima puntata.
Ma serve per capire da dove siamo partiti.
Perché prima di discutere del 41 bis, sarebbe forse il caso di smettere di discutere soltanto di chi oggi occupa Palazzo Chigi e cominciare a parlare di come, negli ultimi trent’anni, abbiamo costruito il sistema penitenziario della Sardegna.
E di quali errori, oggi, siamo ancora costretti a pagare il prezzo.