Era il 13 maggio del 2009 quando il disegno di legge sulla sicurezza pubblica, già approvato al Senato, giunse alla Camera dei deputati. Era l’A.C. 2180-A e dentro quel provvedimento compariva una frase piuttosto criptica: «I detenuti sottoposti al regime speciale di detenzione devono essere ristretti all’interno di istituti a loro esclusivamente dedicati, collocati preferibilmente in aree insulari…»
È una frase di mediazione, quasi democristiana. Non è un obbligo, perché quel «preferibilmente» lascia aperta una possibilità diversa. Ma indica con chiarezza una direzione: gli istituti destinati al 41 bis possono essere collocati, preferibilmente, nelle isole.
Alla Camera il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Elio Vito, pone formalmente, a nome del Governo, la questione di fiducia sui tre emendamenti sostitutivi presentati dal Governo. Si arriva così alla votazione dell’emendamento 2.1000.
Il risultato è netto:
presenti e votanti: 562
favorevoli: 315
contrari: 247
astenuti: nessuno.
La Camera approva.
A favore si schierano i gruppi della maggioranza, Popolo della Libertà e Lega Nord Padania. Contrari Partito Democratico, Italia dei Valori e Unione di Centro, mentre il voto del Gruppo Misto va letto secondo le singole componenti e i singoli deputati. Il Governo è quello presieduto da Silvio Berlusconi e il ministro della Giustizia è Angelino Alfano.
Dentro quell’emendamento, votato con la fiducia, c’è anche la modifica dell’articolo 41 bis che introduce la previsione degli istituti destinati ai detenuti sottoposti al regime speciale, «collocati preferibilmente in aree insulari».
In questi ultimi tempi Mauro Pili è insorto contro l’arrivo dei detenuti sottoposti al 41 bis in Sardegna. Ha tutto il diritto di cambiare idea. È un diritto che non gli contesto e che nessuno dovrebbe contestargli.
Ma quel giorno era in Parlamento. E risultava tra i deputati che votarono a favore dell’emendamento governativo 2.1000.
L’opposizione, in Parlamento, stigmatizzò quell’operazione. I deputati sardi del Partito Democratico posero l’accento su quella che consideravano una scelta sbagliata e pericolosa. La maggioranza di centrodestra, invece, riteneva quella disposizione una possibile strategia per rendere più efficace il contrasto alle organizzazioni mafiose.
Niente da eccepire. In democrazia si vota, si scelgono le proprie strategie e ci si assume la responsabilità delle proprie decisioni.
Però è meglio essere chiari.
Tra i deputati eletti in Sardegna che quel giorno votarono a favore dell’emendamento governativo c’erano Luca Barbareschi, Salvatore Cicu, Giuseppe Cossiga, Piero Testoni, Paolo Vella e Mauro Pili.
Tra quelli che votarono contro c’erano Giulio Calvisi, Paolo Fadda, Siro Marrocu, Guido Melis, Arturo Parisi, Caterina Pes e Amalia Schirru, tutti del Partito Democratico, oltre a Federico Palomba dell’Italia dei Valori e Antonio Mereu dell’Udc.
Un’ultima precisazione è necessaria, perché anche le assenze fanno parte della storia parlamentare. Bruno Murgia, Settimo Nizzi e Carmelo Porcu, anch’essi deputati eletti in Sardegna e appartenenti al Popolo della Libertà, non compaiono tra i 315 favorevoli perché quel giorno non erano presenti alla votazione.
Abbiamo stabilito una piccola verità.
Non una verità di TikTok, non una delle tante «verità» confezionate sui social, non una ricostruzione fatta oggi a seconda della convenienza politica del momento.
Una verità che sta nei documenti della Camera dei deputati.
Il resoconto stenografico della seduta del 13 maggio 2009, con il voto nominale sull’emendamento 2.1000, racconta chi c’era e come votò. Gli atti parlamentari raccontano che cosa conteneva quell’emendamento. La legge n. 94 del 15 luglio 2009 ci dice che quella scelta divenne legge dello Stato.
E allora possiamo anche discutere, possiamo cambiare idea, possiamo sostenere oggi che quella scelta fu sbagliata o che la sua applicazione successiva sia stata diversa da ciò che il legislatore aveva immaginato.
Tutto legittimo.
Ma non possiamo riscrivere ciò che è accaduto.
Perché la memoria politica, come la memoria giudiziaria, ha bisogno dei documenti. E i documenti, qualche volta, hanno il difetto di non adattarsi alle convenienze del presente.
Si può cambiare idea. Non si può cancellare come si è votato.
(fine della seconda puntata)