A volte ritornano. Quando non si hanno risposte, quando non si riesce ad analizzare un fenomeno complesso, si cerca la soluzione apparentemente più semplice, quella capace, almeno nelle intenzioni, di risolvere problemi annosi e stratificati negli anni. Le carceri non funzionano? Il problema sono i “facinorosi”, i detenuti “pericolosi”. Soluzione? Riapriamo Pianosa e Asinara.
Sono affermazioni cicliche, che attraversano il dibattito sulle carceri con la puntualità delle stagioni. Tornano quando il sistema entra in crisi, quando le aggressioni aumentano, quando bruciano i materassi, quando qualcuno cerca una risposta immediata a un problema che immediato non è.
Quando a pronunciarle, però, è il segretario di un sindacato di polizia penitenziaria, qualche domanda dovremmo porcela. E, probabilmente, dovremmo porla anche a Donato Capece.
A cosa si riferisce, per esempio, quando parla di detenuti di difficile gestione? Non certo agli appartenenti alla criminalità organizzata, ai veri detenuti pericolosi, che sono già reclusi in sezioni a loro dedicate e sottoposti a regimi di alta sicurezza, garantiti proprio dalla polizia penitenziaria.
Si riferisce, credo, ai detenuti comuni. A quelle persone che, in realtà, poco avrebbero a che fare con le mura di un carcere se avessimo ragionato in termini socialmente diversi e se non avessimo utilizzato la carcerazione come unico strumento per far scontare una pena.
Sono persone che stanno male, che urlano, che si divincolano, che aggrediscono e si fanno aggredire per una serie di motivazioni alle quali dovremmo dare risposte diverse. Risposte che non possono essere la riapertura di strutture come Asinara e Pianosa, luoghi che appartengono a una concezione del carcere ormai superata dalla storia e dalla stessa idea costituzionale della pena.
Davanti al problema, invece, la risposta sembra essere sempre la stessa: “buttiamo la chiave”.
Troppi incidenti sulle strade? Vietiamo le automobili. C’è troppo caldo? Mettiamo l’aria condizionata anche all’esterno. Il problema è complesso? Troviamo una soluzione semplice, possibilmente spettacolare, che dia l’impressione di aver fatto qualcosa.
Sono soluzioni estemporanee e creative che non affrontano il problema. Lo spostano. Lo rinchiudono. Lo mettono da qualche altra parte.
Sarebbe interessante, invece, chiedere ai sindacati di categoria come affrontare quella che tutti chiamano “emergenza carceri” e che altro non è che il risultato di una serie di scelte scellerate attuate nel corso degli anni con una coerenza politica che, questa sì, non ha eguali.
Nessuno, in realtà, ha mai voluto affrontare il carcere con una visione ampia, investendo sulla formazione, sulla programmazione, sulla progettazione. Abbiamo sempre preferito guardare al problema cercando una soluzione che lo risolvesse nel “qui e ora”.
Sovraffollamento? Facciamo un condono. E questo dalla sponda sinistra.
Sovraffollamento? Costruiamo nuove carceri. Questo dalla sponda destra.
Due soluzioni diverse, ma figlie della stessa idea: intervenire sul contenitore senza interrogarsi su ciò che contiene.
Il condono non porta automaticamente alla redenzione del condannato. E la costruzione di un nuovo carcere rischia di diventare soltanto un nuovo contenitore per anime inquiete che, senza progettualità e senza aver costruito intorno alla persona un serio percorso trattamentale, diventeranno i prossimi facinorosi. Quelli che bruceranno i materassi, distruggeranno i lavandini, aggrediranno il personale.
L’effetto zoo non paga. Non serve. È inutile. È dannoso. Ed è, oserei aggiungere, anticostituzionale.
Perché il carcere non può essere soltanto un luogo nel quale chiudere le persone. E la polizia penitenziaria non può essere trasformata nel guardiano di un gigantesco recinto nel quale confinare tutto ciò che la società non sa o non vuole affrontare.
Riaprire Asinara e Pianosa, oltre che materialmente difficile, è un’idea vecchia, inutile, sorpassata dagli eventi. Ma soprattutto è un’idea che ci obbliga a una domanda: perché proprio chi dovrebbe proporre soluzioni per migliorare le condizioni dei detenuti e, insieme, quelle degli agenti di polizia penitenziaria finisce per immaginare una soluzione che ingabbia ancora di più gli uni e gli altri?
Perché, in fondo, è questo che suggerisce la proposta del SAPPE: carcerizzare tutti, senza possibilità di aperture sociali, senza provare a distinguere, comprendere, costruire percorsi diversi.
Il poliziotto penitenziario diventa così quello che sorveglia e punisce, quello che chiude le celle e separa i buoni dai cattivi. Ma un sindacato dovrebbe fare esattamente il contrario: difendere i propri iscritti, la dignità di un lavoro difficile e prezioso, chiedere più formazione, più strumenti, più professionalità (e non solo ed esclusivamente più personale). Dovrebbe chiedere un carcere nel quale l’agente non sia costretto a trascorrere le proprie giornate a gestire il disagio senza avere gli strumenti per affrontarlo.
Suggerire l’isolamento perenne nelle isole significa tornare indietro. Un po’ come quando, nel 2011, si pensò, con una legge votata dal centrodestra, di relegare i detenuti appartenenti alla criminalità organizzata nelle isole, come la Sardegna.
Sono questi i risultati di chi non ha soluzioni, ma soltanto provvedimenti tampone.
Riaprire Asinara e Pianosa è una risposta che appartiene alla stessa categoria di quelle frasi che sembrano profonde soltanto perché sono enormi: “siamo favorevoli alla pace nel mondo”.
Ma la pace non si costruisce pronunciando la parola pace. E il carcere non si riforma pronunciando la parola carcere.
Servono analisi, investimenti, formazione, coraggio politico. Serve soprattutto la capacità di guardare dentro il problema, invece di spostarlo su un’isola.
Perché anche le isole, prima o poi, finiscono per diventare soltanto altre carceri. E non mi sembra una grande soluzione.