Il bell’articolo di Luigi Soriga apparso oggi sulla Nuova Sardegna mi ha fatto sorridere perché l’argomento, seppure delicato – quello della prostituzione e delle case chiuse – mi aveva molto incuriosito, tanto che un capitolo intero del mio ultimo libro “La legge di donna Matilde” ne parla abbondantemente, anche perché è ambientato nel 1958, proprio nel periodo in cui si decideva la chiusura definitiva dei postriboli. La mia piccola storia, ambientata a Roccabuiedda, vede come protagonista una imperturbabile “Filingarda la Marchesa”, che somiglia alla maitresse raccontata da Soriga: quella signora Franca che teneva molto alla privacy dei clienti. E’ stato un mondo che non ho conosciuto (sono nato nel 1959 a case chiuse) ma mi ha sempre incuriosito quella variegata e strana umanità che, in qualche misura, regalava fiori più che diamanti. Insomma, mi sono inventato “La maison de la mer” e, leggendo Luigi Soriga ho pensato che, a volte, le storie, anche quelle inesistenti, camminano sui binari della realtà. Per chi fosse curioso e per chi non ha ancora letto il libro (presentazione 21 agosto a Teti) ecco uno stralcio, per gentile concessione della casa editrice Arkadia. Per sapere poi, come va a finire, vi consiglio la lettura dell’intero libro e scoprirete che il mondo dellae case di “tolleranza” in quegli anni era argomento segretissimo. Così segreto che tutti lo conoscevano.
Da “La legge di donna Matilde”, di Giampaolo Cassitta. Arkadia editore.
La “Maison de la mer”, così si chiamava il bordello, era situata nel vicolo delle Canne, un angolo nascosto di Sassari dove i segreti di uomini rispettabili venivano custoditi tra profumi pesanti e tendaggi vellutati. Un nome evocativo e ben scelto: un porto sicuro dove chiunque poteva attraccare, lasciandosi alle spalle il peso della rispettabilità di paese. Antonio non poteva negare di conoscere bene quella casa. Più di una volta aveva accompagnato il farmacista fino alla porta, approfittando di un passaggio sulla sua fiammante Fiat 500 celeste pallido, un’auto nuova di zecca che Derisu aveva prenotato mesi prima nella concessionaria di Cagliari. Era stata la prima 500 a sfrecciare lungo le curve tortuose che portavano a Roccabuiedda, e l’arrivo dell’utilitaria non era passato inosservato. Gli uomini del paese, come davanti a una bellezza che si presenta per la prima volta, avevano osservato le linee dolci e rassicuranti di quella vettura con un misto di invidia e ammirazione.
«Come una donna, una bella donna», aveva esclamato il dottor Derisu con un tono tra l’estasiato e il compiaciuto, la prima volta che parlò della sua Fiat 500. «Soffice e sicura», aveva aggiunto, accarezzando il volante con un gesto che tradiva più di un semplice attaccamento al mezzo. E fu così che l’automobile, con il suo celeste pallido e le linee dolci, venne subito battezzata “la burrosa” dagli uomini del paese, un soprannome che, con quel sapore malizioso e nostalgico, evocava qualcosa di più della semplice carrozzeria lucida e delle curve aggraziate.
Non era un soprannome scelto a caso, almeno per chi conosceva le vecchie storie del farmacista. Il termine “burrosa” faceva riferimento a Simona la Burrosa, una prostituta di una certa età che Derisu aveva frequentato in gioventù, durante i suoi viaggi a Brescia. Una donna formosa e dall’aspetto materno, che aveva saputo conquistare il giovane Derisu con i suoi modi rassicuranti e la sua pelle morbida come il burro. Simona era stata, per il farmacista, un rifugio sicuro, una di quelle figure che, nel mondo delle case chiuse, rappresentavano la stabilità in mezzo al turbinio della vita. Anche se Simona aveva appeso il corsetto al chiodo da tempo, il suo ricordo viveva ancora tra le pieghe di quella Fiat, nella mente del farmacista, e forse, persino tra le risate e i sorrisi che scambiava con Filingarda e le sue ragazze.