Si parla di emergenza quando una situazione richiede un intervento rapido perché è critica, imprevista e, comunque, non ordinaria. La situazione delle carceri italiane non è un’emergenza, ma una crisi strutturale del sistema penitenziario, e a poco valgono le continue denunce su problematiche cronicizzate nel tempo.
Il carcere di Bancali è stato aperto nel 2014 e ha solo dodici anni di vita. Poteva essere una risposta positiva al vecchio carcere di San Sebastiano. Non lo è stata perché nasceva sbagliato fin dalla sua idea originaria che, tra l’altro, rispetto agli altri tre istituti (Massama, Uta e Nuchis), non prevedeva il campo di calcio e solo dopo una serie di interlocuzioni si è giunti alla soluzione di uno spazio dove, al massimo, si poteva disputare il “calciotto”. Una soluzione minimalista che la dice lunga su come quell’istituto non nascesse sotto i buoni auspici.
Ci fu, poi, la scelta della sezione per il 41-bis (dettata dalle decisioni politiche dell’allora governo Berlusconi) e si decise anche di dividere l’istituto in diverse sezioni, concentrando, di fatto, alcune categorie di detenuti che avevano necessità di progetti e attenzioni senza dubbio diverse (sex offender, Alta sicurezza, protetti) da quelle poi realmente messe in campo.
Quella scelta non tenne conto, quindi, di numerosi fattori e, nonostante Bancali potesse, sulla carta, essere un carcere a forte vocazione trattamentale (un teatro, spazi scolastici, spazi esterni per un’attività agricola), l’emergenza divenne la parola magica per non andare oltre la quotidianità.
Così tutte le attività, lentamente, venivano inghiottite dalle situazioni di “emergenza” che scaturivano in piccole proteste, aggressioni, disperazione e poca attenzione nella gestione delle situazioni. Questo accade, ovviamente, in tutte le carceri italiane perché da anni si è scelto di gestire il “qui e ora” senza nessuna programmazione per il futuro.
Le varie categorie di detenuti, divise in base ai reati e alle condizioni fisiche e psichiche, hanno la necessità di percorsi necessariamente diversi e ben definiti. Non farlo significa dover poi affrontare situazioni che vengono definite “emergenti” ma che, in realtà, rappresentano la poca volontà di affrontare il problema dei penitenziari italiani attraverso un percorso che preveda la rieducazione.
La risposta all’emergenza (ma non solo nelle carceri) è la richiesta di sicurezza, di nuove assunzioni nelle forze dell’ordine, convinti che questa possa essere la soluzione. La domanda, però, è un’altra: ma davvero siamo così sicuri che, in una sezione di detenuti con problemi di salute mentale (chiamati, più comunemente, “doppia diagnosi”), se ci fossero trenta agenti anziché due, la situazione migliorerebbe?
Siamo davvero sicuri che quel detenuto non distruggerebbe il lavandino di ceramica (a quando quelli di acciaio?) e non tenterebbe comunque di fare del male a se stesso e agli altri?
E se cominciassimo a ragionare non in termini di emergenza, ma di programmazione? Se cominciassimo a prevedere l’assunzione di psicologi, psichiatri, a trovare percorsi diversi per alcune categorie di condannati? Se provassimo ad aumentare sensibilmente l’area educativa (o trattamentale)?
A Bancali, a fronte di oltre 577 detenuti presenti (dato al 31 luglio 2026), ci sono soltanto sette educatori, ovvero ogni funzionario giuridico-pedagogico ha in carico 83 detenuti. Provate a chiedervi che cosa potrebbe fare un docente se avesse in carico, in una sola classe, oltre 80 ragazzi. Tenendo conto, ovviamente, che la percentuale di “monelli” e problematici, in carcere, è sicuramente più alta di quella di una scuola.
Ecco: non è emergenza. È volontà politica, non di questo governo, è chiaro. È la volontà di non voler affrontare il problema carcere. In fondo, tutti i condannati non votano.
E direi di finirla anche con le passerelle ferragostane di visite ipocrite che non riportano le problematiche, ma solo ed esclusivamente il politico di turno che rilascia una laconica dichiarazione, promettendo che qualcosa cambierà.
Non è vero.
L’idea di Marco Pannella era un’altra e nessuno, davvero, è stato in grado di comprenderla.