Sulla proposta rifletterei, e non è vergognoso né indegno farlo. A me la parata militare del 2 giugno non è mai piaciuta. Non so, mi ha sempre ricordato l’idea muscolare di uno Stato che mostra al mondo la propria potenza bellica e, a dirla tutta, mi sembra l’esatto contrario di una Repubblica fondata sul lavoro e che ripudia la guerra.
Lo so, l’ostentazione di mezzi e uomini serve a raccontare al mondo (o forse solo agli italiani, non esageriamo) che le radici dell’Italia repubblicana sono solide e unite. Ma a questo punto mi chiedo: perché non far sfilare i lavoratori in una marcia più inclusiva? Operai delle fabbriche (quelle rimaste), autisti, tranvieri, tassisti, assistenti sociali, medici, infermieri. Insomma, far sfilare il Paese che contribuisce, ogni giorno, con il proprio lavoro, a mantenere salda la forza della Repubblica.
È retorica? Ovviamente sì. La stessa che si utilizza per la parata, a quanto pare costosa, che si svolge il 2 giugno.
Poi risulta davvero incomprensibile perché possano sfilare i cappellani che si occupano delle anime dei militari e non quelli che, per esempio, prestano servizio nelle carceri italiane. Un «Dio, patria e famiglia» molto ridotto e relegato alla sola dimensione militare.
L’identità della nazione e il senso dello Stato, per rispondere a Meloni, non si misurano con il numero dei militari o delle fanfare schierate. Si misurano con l’impegno, la forza e la passione di tutti gli italiani, che dovrebbero idealmente sfilare in una marcia dove ad aprire il corteo siano i lavoratori — l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro — e, subito dopo, gli operatori di pace, perché l’Italia ripudia la guerra.
Senza nulla togliere all’impegno quotidiano e imprescindibile delle forze dell’ordine, sarebbe una parata diversa. Indubbiamente più vera.