Ci sono uomini che attraversano la politica lasciando slogan. E poi ci sono uomini che lasciano ferite aperte. Marco Pannella apparteneva alla seconda specie. A dieci anni dalla sua morte la sua voce continua a disturbare il silenzio italiano, soprattutto quel silenzio viscoso che da sempre avvolge le carceri. Un silenzio fatto di porte blindate, corridoi umidi, infermerie spoglie, materassi consumati, vite dimenticate. Un silenzio che la politica conosce benissimo e che troppo spesso sceglie di non ascoltare.
Pannella invece ascoltava. Entrava nelle celle quando gli altri entravano nei talk show. Guardava negli occhi detenuti che nessuno voleva vedere. Tossicodipendenti, ergastolani, malati psichiatrici, uomini ridotti a numeri di matricola, a fascicoli impolverati dentro qualche ufficio ministeriale. Per lui il carcere non era un tema utile a raccogliere voti. Era il termometro morale di una democrazia. Ricordava sempre che il grado di civiltà di un paese si misura dalle sue prigioni. E basta attraversare oggi molti istituti penitenziari italiani per capire quanto quella frase continui a fare male.
Per quarant’anni ho lavorato nel sistema penitenziario itraliano. Conosco l’odore acre e triste delle celle. So cosa significa sentire il rumore metallico delle chiavi mentre fuori il mondo continua a vivere normalmente. So quanto sia facile, per uno Stato, trasformare la pena in abbandono. Ed è forse per questo che Marco Pannella resta una figura impossibile da archiviare. Perché parlava dei detenuti quando nessuno voleva farlo. Difendeva i diritti di chi non piaceva. Di chi aveva sbagliato. Di chi era diventato il bersaglio perfetto della rabbia pubblica.
Oggi la politica parla continuamente di sicurezza. Lo fa urlando. Lo fa semplificando. Lo fa costruendo consenso sulla paura. Ma raramente parla della disperazione che cresce dentro le celle sovraffollate. Raramente parla dei suicidi. Della sofferenza psichiatrica. Della solitudine feroce di chi perde lentamente il proprio nome. Pannella invece entrava proprio lì, nel punto dove la democrazia smetteva di essere elegante e mostrava le proprie crepe.
Era scomodo per questo. Perché ricordava una verità che molti preferiscono ignorare: i diritti esistono soprattutto per chi non riusciamo ad amare. Sono capaci tutti di difendere gli innocenti perfetti. La civiltà comincia quando si decide di non disumanizzare nemmeno il colpevole.
Pannella non cercava santità. Anzi, diffidava dei santini e delle agiografie. Era eccessivo, teatrale, incontenibile. Litigava con tutti. Con la destra e con la sinistra. Con i magistrati, con i giornalisti, persino con gli amici. Ma dentro quella voce roca, interminabile, spesso esasperante, c’era una coerenza rara: non voltarsi dall’altra parte davanti al dolore umano.
Usava il proprio corpo come arma politica. Digiunava fino allo stremo mentre il paese faceva finta di non vedere. Trasformava la sofferenza fisica in una domanda collettiva: quanta sofferenza siete disposti a tollerare pur di non cambiare nulla? Era Gandhi precipitato dentro la Repubblica italiana. Era un uomo magro e ostinato che continuava a parlare mentre tutti gli altri avevano già deciso che il silenzio fosse più conveniente.
E forse oggi manca proprio questo. Manca qualcuno capace di disturbare davvero. Qualcuno disposto a perdere consenso pur di difendere gli ultimi. Qualcuno che entri ancora nelle carceri non per fare passerelle, ma per ascoltare. Ascoltare davvero.
Perché le prigioni italiane continuano a essere piene di corpi dimenticati. Continuano a essere luoghi dove il tempo marcisce lentamente insieme alle persone. Continuano a raccontare un paese spesso vendicativo, incapace di distinguere la giustizia dalla punizione.
Marco Pannella aveva capito una cosa semplice e terribile: quando uno Stato smette di vedere l’umanità dei detenuti, comincia lentamente a perdere anche la propria. Ho amato Marco Pannella. L’ho anche criticato, odiato, contraddetto. Ero affascinato dal suo essere a favore e contro, quel suo battere e levare era forza, era ottusità, era esercizio di democrazia. Non sono mai stato radicale ma a 18 anni, il mio primo voto, quello forse più importante, lo regalai a lui. A quella sua forza di difendere gli ultimi, gli indifendibili, quelli che hanno una storia bella e terribile da raccontare. Non ero spesso d’accordo con lui ma quel controbattere mi piaceva perché aveva due pistole caricate a salve ed un canestro pieno di parole.