Ciò che colpisce, nella richiesta di Salvini di voler rimandare nei Paesi d’origine gli stranieri che si sono macchiati di crimini, è il cinismo unito a una profonda pochezza culturale. Chiedere che Salim el Koudri, il ragazzo di 31 anni autore di un delitto infame, sconti la pena in Marocco non solo è sbagliato: è impossibile. Salim è italiano. Non si tratta nemmeno di stabilire se sia giusto o meno. Occorre, invece, interrogarsi su ciò che questo gesto folle ha portato alla luce.
Davanti alle tragedie, la domanda più importante resta sempre una: perché? Oltre il dolore, oltre la rabbia, oltre la comprensibile indignazione che ci travolge tutti — nessuno escluso — davanti a una violenza tanto feroce. Non sembra un gesto terroristico. Sembra, piuttosto, qualcosa di più oscuro e complesso, un buco nero dentro il quale occorre avere il coraggio di scendere per tentare di comprendere la ferocia del gesto.
Salim non potrà “tornare nella sua patria”, perché la sua patria è l’Italia. Il concetto di “remigrazione”, caro a Vannacci e Salvini, appare inquietante proprio perché nasce da una semplificazione brutale della realtà. Le persone condannate, una volta scontata la pena, possono già essere accompagnate nei Paesi d’origine: la legge lo prevede da tempo. Il problema, semmai, è rendere quella norma concretamente applicabile.
Eppure Salvini è stato ministro dell’Interno e da quattro anni al Viminale siede Piantedosi, espressione politica di quell’area. Perché allora chi commette un reato in Italia viene raramente rimpatriato, nonostante le norme esistano? La risposta sta dentro le stanze del ministero dell’Interno e, naturalmente, non è una risposta semplice.