Ho letto con sincera curiosità la bella intervista a Carlo Masala apparsa sulla La Nuova Sardegna. Masala, massimo esperto militare in Germania, è di origini ovviamente sarde. Mi ha colpito il suo ricordo da bambino legato alla neve a Colonia e ho sorriso perché anch’io, da piccolo, non avevo mai visto la neve. Ancora di più mi ha colpito la domanda del padre di un suo amichetto che, scoperto che Carlo fosse sardo, gli chiese: “Ah, tu sei il sardo. Quelli che tagliano le orecchie?”.
Era, ricorda Masala, l’immagine che i tedeschi avevano della gente che arrivava dal Sud Italia. “Per loro erano tutti mafiosi, sequestratori o banditi”. Essere prevenuti, a quanto pare, è uno sport che si pratica in molte parti del mondo, così come è difficile disinnescare gli stereotipi che accompagnano i popoli: i napoletani ladri o, al massimo, pizza e mandolino; i milanesi laboriosi e un po’ boriosi; i romani tutti “sticazzi” e “che te lo dico a fa’”; i piemontesi falsi e cortesi; i sardi sequestratori e tagliatori d’orecchie.
Da giovane me la prendevo. Non sopportavo questa immagine che in giro avevano di noi sardi. Crescendo mi sono reso conto che essere sardi non è una questione genetica, ma un modo di vivere e di stare al mondo. Soprattutto una faccenda dell’anima. Si può essere sardi onesti o disonesti, falsi o leali, sequestratori o sequestrati, vittime o carnefici. Però non è vero che siamo gente che taglia le orecchie o sequestra le persone. O meglio: non tutti i sardi lo facevano – o lo fanno.
Ho perso gran parte della mia vita a spiegare che, in fondo, i sardi sequestratori rappresentavano solo lo 0,12% dell’intera popolazione della Sardegna. Ma non serve. Continueremo a pensare per frasi fatte, per stereotipi, a stigmatizzare i popoli senza guardare davvero le persone.
Un po’ come pensare che gli americani siano tutti guerrafondai e assetati di potere come Donald Trump. Non è così, ovviamente. Però la percentuale, almeno credo, è più alta di quella dei tagliatori d’orecchie. E non è una bella notizia.