Tutti parlano di Jannik Sinner, di quanto sia bravo, imbattibile, forte, immenso, bravo ragazzo, dolce, dolcissimo, unico, incommensurabile, italiano, italianissimo. E hanno tutti ragione.
Io, però, ho deciso di non parlare di Jannik che ha vinto tutto, e con grande merito. Ho deciso di parlare della sua sconfitta, di quella che tutti tenteranno di evitare, di giustificare, di addolcire.
Perdere, per Sinner, sarà duro. Ma decisamente normale. E umano. Lui lo sa. Dormirà male, perché le sconfitte, se puoi, cerchi sempre di evitarle. Ma fanno parte della vita. Sinner lo sa. Lo ha sempre saputo. Le mette nel conto.
Ecco perché riesce a vincere. Perché sa di poter perdere. Sa che esiste un limite per tutti. Anche per lui. Sa che arriverà un momento in cui l’avversario avrà quell’attimo che incanta, illumina e gli permetterà di vincere. Sarà, per un giorno, più famoso di Sinner, più fotografato di Sinner, più invidiato di Sinner.
Perché sarà lui ad aver battuto l’imbattibile, sarà lui la kryptonite che ha osato scalfire l’invulnerabilità del dio venerato da tutti.
E io mi immagino che, quando accadrà – e spero ovviamente tra dieci anni – sarà per mano di un ragazzino più giovane o di uno che sta per lasciare il tennis. Sono queste le sconfitte che diventano epiche.
Io me lo immagino, tra vent’anni, quel tennista che nella vita non ha mai vinto nulla ma che, un giorno di un anno imprecisato, ha incastrato Jannik Sinner. Non avrà trofei da mostrare, ma avrà una storia. E quella storia diventerà romanzo, film, gioco elettronico.
Sarà quello che ha compiuto l’impresa. Perché perdere contro Sinner è piuttosto facile. Vincere contro di lui è molto più complicato. E quando accade, va raccontato.