I fatti dell’omicidio di Giacomo Bongiorni ci restituiscono tutta la difficoltà di comprendere le ragioni di ciò che è realmente accaduto, e la tentazione – quasi inevitabile – di accontentarsi di ciò che “dovrebbe” o “potrebbe” essere accaduto. Da una parte le vittime, insieme ai testimoni che ne sostengono la versione; dall’altra i presunti colpevoli, con le loro ragioni. Due sguardi che non si sfiorano, ma si oppongono frontalmente.
È naturale che ciascuno tenti di incrinare le certezze dell’altro, costruendo una lettura “di parte” capace di orientare chi sarà chiamato a giudicare. Ci saranno perizie, testimonianze, immagini, domande. Tutto confluirà, inevitabilmente, in quella che chiamiamo verità processuale: una verità che non coincide, e non potrà mai coincidere, con quella assoluta, ma che è l’unica che il processo può riconoscere, perché nasce dalle prove ammesse e dal rispetto delle regole.
La verità processuale è un filtro. Attraverso di esso passa una narrazione spesso complessa, stratificata, fatta di zone illuminate e di altre che restano in ombra. L’idea di poter restituire, per ogni fatto, una verità storica piena è seducente; ma in molti casi — e questo è uno di quelli — occorre accettare una verità vincolata al metodo. Il giudice, e con lui la corte, non decidono su ciò che “probabilmente è accaduto” secondo un’intuizione, ma su ciò che è stato dimostrato.
Per questo risultano sterili le urla, le minacce, gli insulti rivolti ai presunti colpevoli, così come le giustificazioni sommarie — la provocazione, il pugno non mortale, l’idea che “abbiano cominciato prima loro”. Il processo ha il suo luogo e il suo tempo: le aule di giustizia. Fuori, invece, proliferano ricostruzioni arbitrarie, giudizi impulsivi, parole lanciate senza conoscenza, spesso da chi ignora perfino dove e come si sia consumato il delitto. Eppure, oggi più che mai, tutto questo è a portata di un click.