Ogni qualvolta si ha notizia di venti di guerra nel sud del Libano, lungo la “Blue Line”, dove è impegnata nella sua quarta missione la Brigata Sassari, molte persone – tra appelli sui social e interventi sui quotidiani – chiedono a gran voce il ritiro dei nostri “Dimonios”.
Questa richiesta mi lascia ogni volta perplesso. I sassarini sono soldati, professionisti preparati e retribuiti per operare in contesti complessi: svolgono compiti di peacekeeping, monitoraggio del cessate il fuoco e supporto alla popolazione civile. È, certo, una missione in un’area di guerra, dunque intrinsecamente rischiosa. Ma il rischio fa parte della natura stessa di alcuni lavori.
Non si chiede ai vigili del fuoco di ritirarsi davanti a un incendio particolarmente violento, né si pretende che i poliziotti evitino situazioni critiche. Ogni professione comporta un margine di pericolo. Si tratta, per quanto possibile, di rischi calcolati; e tuttavia, nei luoghi di lavoro, l’imprevisto resta sempre una variabile.
In un carcere può accadere che, durante una rissa tra detenuti, un agente resti ferito; nel corso di una rapina, una guardia giurata può perdere la vita; e non è passato poi così tanto tempo da quando magistrati, giornalisti e dirigenti d’azienda venivano presi di mira e “gambizzati”.
Nutro rispetto per ogni lavoro che espone chi lo svolge a una quota di rischio. La Brigata Sassari, in questo senso, è un’eccellenza della nostra terra: uomini e donne impegnati in un servizio difficile, ma di rilievo internazionale e noi siamo orgogliosi del loro lavoro quotidiano.
Evitiamo allora la scorciatoia emotiva dei “mammoni a tutti i costi”. Sono professionisti, sanno bene cosa fanno e quali responsabilità si assumono.
Ajò e forza paris!