La colpa, come sempre, è di Alfredo: per quel concerto, nel giugno del 2024, mi sono giocato il posto di lavoro. Avevo fatto tutti i miei progetti: una dissenteria, non posso andare al lavoro. Poi, invece, con gli amici, mano nella mano, su quel pullman che ci ha portato allo stadio a sentire Vasco Rossi. E al datore di lavoro cosa gli racconto? Gli porto un certificato e non sono neanche preoccupato di dirgli almeno qualcosa, che so, una scusa. E quello stronzo si è pure arrabbiato, si è dimenticato di quello che mi aveva detto prima, ha chiamato i testimoni, ha detto che mica ero malato e mi ha licenziato. Ma la colpa, giuro, è di Alfredo, che mi aveva suggerito di trovare, che so, una scusa.
Non stiamo scherzando. A Bari un 52enne è stato licenziato perché aveva prima annunciato, con un messaggio tramite WhatsApp, di stare male e di dover restare a casa per due giorni a causa della dissenteria, per poi andare, insieme ad alcuni amici, al concerto di Vasco Rossi. Viene però riconosciuto, denunciato e licenziato. Lui non ci sta e si presenta dal giudice (non dice che la colpa è d’Alfredo, ma poco ci manca) e, minacciato che se continua a giurare il falso — con ben cinque testimoni — rischia anche una denuncia, il povero giovane adulto confessa: «È vero. Ho sbagliato».
La sentenza è chiarissima: «Non c’è dubbio che l’uomo, avendo comunicato al datore di lavoro una falsa malattia al fine di precostituirsi la scusa per non recarsi al lavoro e andare, invece, al concerto del noto cantante, ha leso irreparabilmente il vincolo fiduciario». Licenziamento legittimo, dunque, per il Tribunale di Trani, che ha rigettato il ricorso e condannato l’uomo anche alle spese legali.
Siamo convinti che, se non ci fossero stati i testimoni, Vasco avrebbe detto di sì.