«Sedersi ai tavoli del dialogo», ha quasi urlato Leone XIV. Lo ha fatto in maniera solenne, limpida. Ha ribadito che nel regno di Dio non ci sono spade, né droni, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto: c’è solo dignità, comprensione, perdono. Ha detto di finirla con il delirio di onnipotenza, con l’idolatria di sé e del denaro. Ha gridato basta all’esibizione della forza, basta alla guerra.
Parole forti, immense, che attraversano le fedi e arrivano anche a chi non ne ha: credenti di ogni religione, atei, agnostici. Ha messo a fuoco le figure oscure che si muovono sul tavolo della guerra e usano Dio per autoassolversi.
Se proviamo a guardare queste parole da una prospettiva laica, considerando il papa come un capo di Stato, quel discorso non solo è condivisibile: meriterebbe una firma. Dall’Europa – e viene da chiedersi: chi avrebbe il coraggio di farlo davvero? – da Israele, dalla Russia e, soprattutto, dagli Stati Uniti d’America, che spesso liquidano con un cinismo perfido l’idea stessa di sedersi a un tavolo.
Qualcuno dirà: il papa fa il papa. Ma non basta a liquidare il senso di quelle parole. Prevost, che è statunitense, ha parlato certo da pontefice, ma con uno sguardo severo rivolto anche a ciò che il suo connazionale sta facendo. Una condanna netta, chiara, senza altre interpretazioni.
Francesco aveva un modo suo, a tratti sanguigno, quasi di pancia. Leone XIV ha scelto un’altra traiettoria: quella della chiarezza e della determinazione. Ha marcato una distanza netta tra Dio – qualsiasi Dio che abbia un senso – e chi calpesta la dignità umana.
È un passaggio necessario, di quelli che non si possono aggirare. Trump forse non capirà. Ma diventerà sempre più difficile, per lui, dire “Dio è con noi”, quando chi parla in nome di Dio afferma l’esatto contrario: nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra