Nel 1973 avevo 14 anni e ricordo perfettamente le domeniche a targhe alterne (nella nostra famiglia la targa era pari) e le discussioni interminabili su come risolvere il problema. In realtà non c’era una vera consapevolezza del bisogno di risparmiare: ci si ingegnava piuttosto a capire come aggirare l’ostacolo nel modo più creativo possibile, all’italiana.
Così si riscoprivano parenti che neppure a Natale si chiamavano per gli auguri, solo perché avevano la targa dispari (o pari, a seconda delle circostanze). Si organizzavano gite con altri, con la promessa di ricambiare nell’alternanza delle targhe. Ed era la prima volta che compariva, in modo quasi ufficiale, un termine anglosassone: “austerity”.
Per me, figlio del dopoguerra e del boom economico (quelli che oggi chiamiamo, non a caso, boomer), quella parola aveva qualcosa di nuovo e quasi inconcepibile. In un momento in cui tutto sembrava permesso, in cui la libertà appariva definitiva e definita — altro errore della nostra generazione — la crisi petrolifera ci costringeva a guardare il mondo, ormai meccanizzato, con occhi diversi. Oggi diremmo “slow”.
Senza accorgercene, imparammo che passeggiare la domenica senza auto poteva essere qualcosa di incredibile, bellissimo, quasi impensabile in quella società del rumore.
Oggi si torna a parlare di targhe alterne e si è aggiunto lo smart working, che ci riporta alla pandemia del 2020. Torna un silenzio carico, come se sotto scorresse il buio di una guerra voluta per interessi economici.
Qui sta il paradosso: il petrolio sembra mancare perché i potenti del mondo vogliono controllarlo. Questa è la vera vergogna delle targhe alterne. Se l’oro nero mancasse davvero, il discorso sarebbe diverso. Ma non è così: è business.
Ed è per questo che si uccide, che si isolano interi Paesi come Cuba, che si distribuisce la morte non a giorni alterni, ma ogni giorno.