Oggi il principe compie 75 anni. Le sue canzoni fanno parte della mia e di tante altre vite, le hanno percorse in lungo e in largo e lui, Francesco De Gregori, è miglior cantore delle mie emozioni. Più di De André, di Guccini, di Lolli. Più di tutti.
Non so se per merito o per colpa ma sono cresciuto con lui, quasi rapito da alcuni testi “criptici” ed impossibili, divenuti parte della mia esistenza. L’ho conosciuto con una canzone poco degregoriana “Alice” e subito ho acquistato Theorus Campus dove sono stato illuminato da “signora Aquilone”. Da quel momento è entrato prepotentemente nella mia vita e nelle varie azioni.
Mi sono innamorato con “Marianna al bivio”, ho cantato per mesi la bellissima “1940”. Poi “Cercando un altro Egitto” (la canzone più bella e impossibile del suo universo) e dolce amore del Bahia che divenne la colonna sonora di un mio libro (il piano zero). Quella Pablo cantata e ricantata urlando a squarciagola “hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo”. Rimmel come cavallo di battaglia nelle serate in spiaggia con la chitarra e quella sdolcinata “buonanotte fiorellino” che piaceva tanto ad una mia amica.
Ci fu poi l’apoteosi con Bufalo Bill e la magnifica Atalntide (ancora ho negli occhi una donna da me conosciuta che ricorda il crollo di una diga). Son riuscito a dare un bacio fragoroso sulle note dell’uccisione di Babbo natale e mi sono commosso (e ancora mi accade) ascoltando Festival, dedicata a Luigi Tenco.
Poi la pausa da riflusso, quell’album “Viva l’Italia” dove, forse, non mi ci sono mai ritrovato moltissimo se non nell’immensa “terra e acqua”.
Nel 1982 Titanic (su tutte la magnifica “i muscoli del capitano”) fu l’album che ci accompagnò nei mondiali di Spagna, quel capolavoro di parole e sensazioni che rimane “La leva calcistica della classe 68”, quanto volte l’abbiamo cantata quando Cabrini sbagliò il rigore nella finale vinta e quante volte la ricanto ad ogni rigore sbagliato e ad ogni lacrima gettata dentro la passione, Italia Bosnia compresa.
Poi scacchi e tarocchi, il rumore del terrorismo, il colore della furia ideologia spazzata via da una canzone bellissima e triste, così come quella dedicata a Pasolini “a Pà”.
De Gregori è stata ed è la mia colonna sonora: son passato da Alice alla donna Cannone, da Caterina che gira per i tetti di Firenze a stella della strada, dal bandito al campione al rumore di niente.
Questo è il principe, questa è un grande pezzo della mia storia.
Auguri a lui e, di straforo, anche alla grandissima Fiorella Mannoia grande musa di Francesco De Gregori che, guarda caso, festeggia anche lei i suoi primi 72 anni.
Grazie principe, grazie per le parole e per avermi permesso di ricamare storie nei silenzi dell’esistenza.