C’è una deriva da battuta cinematografica. Quel “Riaprite Hormuz in 48 ore o sarà l’inferno” di Donald Trump richiama, quasi inevitabilmente, un’eco più potente e memorabile: il “al mio segnale scatenate l’inferno” del gladiatore. Solo che lì c’era il cinema, qui no.
Viene da aspettarsi, a questo punto, anche la citazione di Apocalypse Now: “Mi piace l’odore del napalm al mattino”. O qualcuno — ma Marlon Brando non c’è più, purtroppo — che sussurri al padrone del mondo: “Ho visto degli orrori, orrori che ha visto anche lei”.
E invece no. Questo non è un set. Anche se lui, sempre lui — il commander in chief — tenta di raccontarlo come un kolossal molto americano, siamo in uno scenario dove le persone muoiono davvero.
Se proprio dobbiamo restare nel cinema, allora viene in mente Jack Nicholson in Qualcuno volò sul nido del cuculo. Ve lo immaginate, in questo teatro assurdo, a gridare: “Ma credete davvero di essere pazzi? Davvero? No, non siete più pazzi della media dei coglioni che camminano per strada, ve lo dico io”.
Oppure Robert De Niro in Taxi Driver: “Dici a me? Dici a me? Ehi, ma stai parlando con me?”.
Queste guerre — ed è bene ricordarlo — sono tragicamente reali. Eppure sembrano ridotte a un gigantesco set, dove gli attori sono comparse e l’unico Oscar, irraggiungibile, sembra già assegnato: The Donald.
Se non suonasse troppo americano, verrebbe da chiudere con Nanni Moretti in Palombella rossa: “Chi parla male, pensa male e vive male. Le parole sono importanti”.
Soprattutto quando quelle parole uccidono.
Per davvero.
Perché questo, purtroppo, non è un film.