In tempi di passione, parlare di trenta denari torna, in qualche modo, d’attualità. Ma se quei trenta denari – ovvero trecentomila euro da dividere tra tutti per la qualificazione nel Mondiale di calcio – finiscono nel mirino di giovani calciatori arricchiti oltre il verosimile (gente con stipendi da sei, sette milioni l’anno), allora è chiaro che siamo davanti a spiccioli: circa diecimila euro a testa che, per una partita di calcio, non sono comunque pochi. Eppure l’effetto è quello di una figura meschina, al limite del ridicolo.
Gattuso – che resta una persona schietta, sanguigna, e nulla più – ha subito tuonato parlando di sciacallaggio, negando che “i ragazzi” abbiano chiesto un bonus per la qualificazione al Mondiale americano (qualificazione che, peraltro, non è arrivata). Prendiamo per buona la sua versione. Ma resta difficile credere che un eventuale traguardo sarebbe stato un regalo spontaneo alla FIGC e al Paese.
Del resto – e su questo Gattuso difficilmente potrebbe smentire – a ogni passaggio di turno sono previsti premi. È la norma, non l’eccezione.
Certo, sono professionisti. E come tali vanno pagati. Finché a farlo sono i club, resta una questione privata. Quando entra in gioco la FIGC, cioè un’istituzione che si nutre anche di rappresentanza collettiva, il discorso cambia.
E poi li vediamo, emozionati, davanti all’inno.
A ben guardare, nemmeno quello è gratis.