Si era capito subito: quello era un rigore alla Roberto Baggio. Così Pio Esposito ha calciato nel cielo di Zenica, incrociando il pallone e spedendolo in un universo che sa di Pasadena. Da quelle parti, almeno, ci giocavamo la coppa. Altre storie, altre vite.
Siamo fatti così: martelliamo il passato, cerchiamo metafore dentro quello che continuiamo a chiamare il gioco più bello del mondo, anche se da troppi anni giochiamo al tavolo dei piccoli. Allora mi sono detto: siamo diventati individualisti. Egoisti, egocentrici, innamorati del nostro ombelico, incapaci di stare insieme. Ecco perché vincono Bezzecchi, Sinner, Antonelli. Giocano da soli, rispondono soltanto a sé stessi, alle proprie forze. Troppo facile, mi sono detto.
È il gioco di squadra che, in questo paese, non funziona. Non ha mai funzionato. Poi però ho alzato lo sguardo, su altri tetti del mondo, dove le ragazze e i ragazzi della pallavolo stanno accovacciati da tempo, solidi, uniti. E allora no: non è il gioco di squadra a non funzionare.
Vuoi vedere che è il calcio?
Per come è strutturato ormai, per quella mancanza di passione, per quel ricorso agli schemi, alla costruzione dal basso che, per me, poeta di storie di fango e pallone, suona come una bestemmia. Vuoi vedere che è quella spocchia che per anni abbiamo coltivato contro tutti, quel sorriso storto davanti a Norvegia, Svizzera, Bosnia, Macedonia. Cosa ne capiscono loro di calcio? Che ne sanno della poesia che abita un pallone, un passaggio, un traversone, un rigore?
Non hanno canzoni come La leva calcistica della classe ’68, non hanno cantato Oriali e le vite da mediano. Non hanno avuto Mazzola, Rivera, Riva, Totti, Pirlo, Baggio. No. Però hanno la squadra. Hanno la voglia di vincere. E non puzzano di malinconia.
Quando guardo Jannik Sinner capisco che ha un obiettivo: chiaro, netto, risoluto. Anche le ragazze di Velasco sanno cosa significa essere squadra, non solo per vincere, ma per saper vincere. È questo che è mancato a questa strana squadra di football: un allenatore che voleva vincere e una squadra che non sapeva come farlo.
Il problema è che non sappiamo neppure perdere. E allora diventa difficile far rotolare, nelle piaghe di una partita di calcio, un pallone sgonfio.
Non andremo in America a giocarci la coppa del mondo. Non è la fine del mondo. Anche perché, per quanto il pallone sia rotondo, non ce lo meritavamo.
Ed è giusto così. Alla prossima.