Io non so più se dobbiamo emozionarci ancora per il dio pallone, se le cose stanno come nel 1982 (perché è lì, più o meno, che mi sono fermato), oppure se convenga lasciar perdere il calcio e pensare al tennis, alle moto, alla Formula 1, perché è da quelle parti che si parla italiano.
A dire il vero, non so neppure se abbia ancora senso gioire per una bandiera o “tifare” soltanto gli italiani, anche perché ho amato Maradona, Platini, Sampras, McEnroe, Agassi, Senna, Villeneuve, ed ero felice quando mi regalavano attimi di gioia.
Non lo so se si vince o si perde e non so neppure se sia importante partecipare al mondiale di calcio. So, per certo, che non è fondamentale. Oggi molte nazioni hanno imparato – per fortuna – il gioco che per alcuni è il più bello del mondo. Però uno come Gattuso mica ce l’hanno tutti, e non so se questo sia positivo o negativo.
Però so che, in ogni caso, guarderò la partita con una piccola speranza: che, insomma, a quel mondiale l’Italia ci possa arrivare. Un po’ perché lo sport serve a raccontare le storie, e quindi la vita, e un po’ perché servirà a non parlare solo di Sinner, Antonelli e Bezzecchi. Insomma, essere troppo vincenti, alla fine, ci fa male.