Ecco le parole di una donna invisibile. Sono parole forti, dure, tragicamente bellissime. Ci dicono che siamo insensibili alla vita, alle persone, alla bellezza. Siamo insensibili a ciò che accade nelle periferie del mondo, che dovrebbero essere invece il centro dell’umanità. Sono le parole di una donna che chiede il conto, che ci chiede conto. Non basta un like, un “mi piace” sporadico, una lacrimuccia versata tra una telefonata e una scrollata. Non basta. Chiediamo ai nostri governi di accendere le luci sugli invisibili. Urliamo contro quel silenzio che se continua diventa imbarazzante. Diventa contrario alla dignità umana.
Il mio nome è come quello di milioni di altre persone. Non ho cognomi famosi né cariche importanti. Sono una cubana comune. Una figlia, una sorella, una patriota. E scrivo questo con l’anima straziata e le mani tremanti, perché quello che oggi vive il mio popolo non è una crisi. È un omicidio lento, calcolato, freddamente eseguito da Washington E il mondo guarda dall’altra parte.
Denuncio che a Cuba ci sono anziani che muoiono prematuramente perché il blocco impedisce l’arrivo di farmaci per il cuore, la pressione e il diabete. Non è una questione di mancanza di risorse. È un divieto deliberato. Le aziende che vogliono vendere a Cuba vengono multate, perseguitate, minacciate. I loro governi tacciono. E nel frattempo, un nonno cubano stringe il petto e aspetta. La morte non avvisa. Il blocco sì.
Denuncio che a Cuba ci sono incubatrici che hanno dovuto essere spente per mancanza di carburante. Che ci sono neonati che lottano per la vita mentre il governo degli Stati Uniti decide quali paesi possono venderci petrolio e quali no. Che ci sono madri cubane che hanno visto mettere in pericolo la vita dei loro figli perché un ordine firmato in un ufficio di Washington vale più del pianto di un bambino a 90 miglia dalle sue coste.
Loro la chiamano “pressione economica”. Io la chiamo terrorismo della fame.
Denuncio che i nostri medici, gli stessi che hanno salvato vite umane durante la pandemia mentre il mondo intero crollava, oggi non hanno siringhe, né anestesia, né apparecchiature a raggi X. Non perché non sappiamo produrli. Non perché non abbiamo talento. Ma perché il blocco ci impedisce di accedere alle forniture, ai ricambi, alla tecnologia.
I nostri scienziati hanno creato cinque vaccini contro il COVID-19. Cinque. Senza l’aiuto di nessuno. Contro venti e maree. Contro il blocco e le menzogne. Eppure, l’impero ci punisce per averlo realizzato.
Cuba non chiede l’elemosina. Cuba non chiede soldati. Cuba non chiede che ci amiate. Cuba chiede giustizia. Niente di più. Niente di meno.
Non vogliamo carità. Vogliamo che ci lascino vivere
Da questa piccola isola, con un popolo gigante, una cubana comune che si rifiuta di arrendersi.
Ikay ROmay
Tradotto e divulgato da Associazione “svizzera cuba” – Sezione Ticino.