Avevo un compagno di classe che, a ogni brutto voto, affermava con voce grave: «Mi ammazzo». All’inizio tutti cercavano di parlargli, di scuoterlo, di consolarlo; poi lui, dopo qualche giorno, tornava a essere il più sorridente degli studenti, fino al successivo brutto voto, quando la chiosa era sempre la stessa: «Questa volta mi ammazzo. Davvero».
Alla fine non gli credette più nessuno. Le sue iperboli scivolarono nel dimenticatoio e io lo persi di vista per molti anni. Lo incontrai per caso, una sera, in pizzeria: fu caloroso e cordiale. Gli chiesi cosa facesse, che lavoro svolgesse, e mi rispose che lavorava nel ramo della pubblicità, rimanendo sul vago.
«Quindi tutto bene?» aggiunsi, sorridendo, sperando che ricordasse le sue vecchie invettive.
«Certo», rispose. «Sto bene da morire».
Ecco, quando sento o leggo di Trump che ogni giorno dice qualcosa di terribile, mi torna in mente quel mio vecchio compagno di scuola. Ora minaccia di uscire dalla Nato: «Ho sempre saputo che era una tigre di carta, e lo sa anche Putin, tra l’altro».
Che cosa si può ribattere a chi ogni giorno minaccia qualcosa che il giorno dopo non mette in atto?
Gli direi, semplicemente: «Senza di te stiamo bene. Bene da sopravvivere».