Non so quale sia, nello sport, la notizia di oggi: la vittoria di Kimi Antonelli, che è un po’ il Sinner della Formula 1; la sconfitta di Harry Potter Alcaraz e quindi la vittoria di un disperso Medvedev; oppure, giusto per rinominarla, la conquista della finale di Jannik Sinner.
Perché lo sport è un po’ come stare sulle montagne russe: si aspetta con qualche patema d’animo al ridosso della salita, si respira in una brevissima pianura e poi, tutto d’un fiato, verso la ripida discesa. Non c’è mai tempo per gioire sino in fondo. Vincere, nello sport, è fondamentale e noi amiamo chi vince. Poi, però, se si vince troppo cominciamo a dire che, forse, si sta esagerando.
Lo abbiamo fatto con Hamilton, con Schumacher, con Sinner, con Alcaraz, con Federer, con Agassi, con il Brasile della nazionale di calcio, con gli Stati Uniti del basket. Così, repentinamente, nasce la congregazione contro i vincenti: non tanto per consolare chi perdeva, ma solo ed esclusivamente perché il campione non ci piaceva più, aveva stufato. Sempre lui, sempre la stessa storia.
Così ho visto gente gioire per la sconfitta di Alcaraz con Medvedev e dire che finalmente lo spagnolo è finito. Ovviamente non è così. Ho amato molti campioni, alcuni fortissimi e apparentemente invincibili, ma ho amato anche quelli che non hanno mai vinto nulla e sono comunque, almeno per me, invincibili: prendete Leclerc, Villeneuve, Nastase, Roberto Baggio che il Mondiale se lo meritava, o Gianfranco Zola e Johan Cruyff.
Ecco, ieri, guardando Alcaraz perdere e Kimi Antonelli trionfare, ho pensato: stanno bene insieme, tra la polvere e l’altare. In fondo anche perdere è un bel mestiere. Bisogna saperlo fare con classe.
Così pensò Guillermo Vilas, che non vinse mai Wimbledon ma rimane un tennista di rara bellezza.