Come per tanti, anche i suoi segreti sono finiti nella tomba. Bruno Contrada è stato considerato uno degli uomini dello Stato più influenti nella caccia ai latitanti mafiosi. Poi, a un certo punto, qualcosa cambia e la sua strada comincia ad addentrarsi in storie strane, fitte di mistero.
Contrada, secondo le accuse, avrebbe utilizzato il suo ruolo per fornire informazioni a esponenti della mafia. Non è, però, un affiliato di Cosa Nostra: piuttosto un informatore. Tra le accuse che ne hanno determinato la condanna a dieci anni di carcere ci sono operazioni saltate all’ultimo momento, latitanze rimaste tali per troppo tempo. Diventa così il cardine di una zona grigia nella quale si muove utilizzando, però, le strutture investigative che il suo ruolo gli consentiva di usare.
La condanna lo conduce prima alla gogna mediatica e, infine, all’oblio. Sono storie che attraversano delitti terribili: Piersanti Mattarella, Falcone e Borsellino, Boris Giuliano, di cui Contrada era molto amico.
Difficile tracciare una linea netta nella vicenda di chi doveva essere un paladino dello Stato e che, invece, è stato considerato un traditore. Anche la storia giudiziaria è controversa: condanna a dieci anni per collusione con Cosa Nostra; la Corte europea dei diritti dell’uomo boccia quella sentenza perché, all’epoca dei fatti contestati (1979-1988), il reato di concorso esterno non era ancora definito con chiarezza. Infine, nel 2021, la Corte d’appello di Palermo riduce il risarcimento per “ingiusta detenzione”, ma conferma che Contrada ha favorito i boss.
Qual è la verità? Ovviamente non esiste una sola risposta. Ce ne sono molte. E nessuna è davvero limpida.