In questo festival noiosissimo c’è qualcosa che non torna: la forza del voto popolare. Sono loro a determinare la vittoria, non della canzone migliore ma di quella che piace alla curva. Si spiega solo così la presenza nella classifica delle prime cinque di Luchè con il brano “Labirinto”, il testo più brutto e peggio cantato dell’intera rassegna.
Lo so, Vasco e Zucchero finirono in fondo alla classifica a dispetto dei Ricchi e Poveri, ma questo tifo da stadio si è radicalizzato. Nelle Nuove Proposte il Premio della Critica e il Premio “Lucio Dalla” vanno a mani basse ad Angelica Bove, ma a vincere è Nicolò Filippucci, della banda di “Amici”: gente che con il televoto ha sempre avuto un’autostrada davanti (Marco Carta è tra quei fenomeni lì).
Il festival lo ha salvato Lapo, al secolo Ubaldo Pantani, che ovviamente non è un prodotto Rai ma un comico vero, uno che il palco lo conosce e lo abita, e guarda caso arriva dalla Gialappa’s e da Fazio.
Tra i primi cinque figura anche Sayf, che meriterebbe di vincere Sanremo — ma non lo vincerà — e Arisa, che ha il pezzo giusto per imporsi anche se con un testo un po’ debole. Salgono le quotazioni di Serena Brancale che, insieme ad Arisa, ha sfoderato una prova vocale da applausi.
Per come si sono messe le cose, però, vincerà Sal Da Vinci: la sua canzone incarna in modo plastico Dio, Patria e Famiglia, con le maiuscole. Questi sono i tempi, ragazzi. E il festival è di una noia mortale. Peccato.