
Si parla molto, in queste settimane, di 41 bis e molte persone non sanno neppure di cosa si tratti. È un regime penitenziario tra i più duri, ma pochi conoscono la vita all’interno delle sezioni dove i condannati per reati legati a mafia, camorra e ’ndrangheta passano le loro giornate. Un’ora d’aria al giorno, pochi canali televisivi visibili fino a mezzanotte. Si può leggere qualsiasi libro, ma la corrispondenza è sottoposta a censura. Si ha diritto a un solo colloquio al mese con pochissimi familiari, tutti attraverso vetri antiproiettile. Poche ore per la socialità e nessuna possibilità di benefici penitenziari, se non la liberazione anticipata. È negata anche la possibilità di cucinare e servirsi del sopravvitto.
È una vita dura, terribile, scandita da un tempo che sembra immobile. All’Asinara, nel 1992, i primi detenuti sottoposti a questo regime vivevano con angoscia un silenzio che non sapevano riconoscere. Molti di loro decisero poi di intraprendere la strada della collaborazione.
È un regime necessario, importante, ma deve rimanere dentro la cornice costituzionale e garantire comunque la possibilità di rieducazione. È difficilissimo, ma l’errore più grande è ammassare i detenuti nello stesso istituto: si moltiplicano i contatti che, nonostante controlli numerosi e professionali, possono comunque verificarsi. Sono scelte difficili, da ponderare, discutere, analizzare. Ma pare un lessico che questo governo pare non intenda utilizzare.
Non dialogare con i territori è sbagliato. Come è scellerata la scelta di trasformare il carcere di Nuoro in un istituto esclusivo per detenuti sottoposti al 41 bis. Non lo merita il territorio, non lo merita la Sardegna e non lo merita neppure quella sicurezza che tanto si invoca in ogni dibattito ma che, nella realtà, non viene analizzata fino in fondo.
Esiste però un ulteriore problema, che nessuno vuole affrontare, legato all’alta sicurezza: sono gli ex sottoposti al 41 bis e affiliati della criminalità organizzata ma non figure apicali, a poter accedere a benefici come permessi premio e lavoro all’esterno. Su di loro, però, le luci restano incredibilmente spente. E la Sardegna ha moltissimi detenuti in questo circuito.
Serve davvero un tavolo per ripensare la politica penitenziaria nell’isola che un tempo, attraverso le colonie, era votata al lavoro e dove nei penitenziari esiste – ed esiste ancora – il polo universitario. Il 28 febbraio dovrebbe essere un punto di partenza: evitare la deportazione dei detenuti sottoposti al carcere duro non risolve i problemi dell’isola, che ha bisogno di investimenti in poliziotti, pedagogisti, volontari, docenti, esperti di agricoltura e industria per diventare un vero volano di opportunità.
Non fermiamoci alla contestazione semplice: non servirebbe a nulla. Proviamo invece a costruire una piattaforma programmatica che analizzi davvero la fenomenologia delle prigioni in Sardegna. Lo faccia la presidente Todde, lo facciano i partiti, lo facciano i sardi che vogliono restare ancorati alla Costituzione e al suo articolo 27, dove al centro di tutto c’è l’uomo detenuto e la sua dignità.