Così siamo arrivati all’arbitro. Senza che quest’ultimo andasse a verificare al Var i falli da cartellino giallo e rosso che i fronti del sì e del no hanno collezionato in queste settimane come in una partita nervosa, giocata più sulle caviglie che sul pallone.
Gli attacchi del ministro Nordio non sono ovviamente piaciuti a Sergio Mattarella, che ha voluto ribadire, ancora una volta, il rilievo costituzionale del Consiglio Superiore della Magistratura, che presiede. Un chiarimento netto: il CSM non è un covo di mafiosi o di delinquenti. E il capo dello Stato è fermo quando richiama le altre istituzioni al rispetto dovuto a un’istituzione della Repubblica.
Quell’esortazione racconta di un presidente preoccupato per la deriva che sta prendendo lo scontro tra i sostenitori del sì e del no nel prossimo referendum costituzionale. Presentarsi di persona al CSM, dopo dieci anni, significa una cosa sola: cari politici, fermatevi. C’è un limite. E quel limite è stato superato, da tempo e da troppi.
Basta gridare che i magistrati sono politicizzati. Basta insinuare che siano mafiosi. Basta trasformare un confronto costituzionale in una gara di etichette infamanti, dove si arriva a sostenere che i mafiosi votano per il sì e gli olimpionici per il no. È uno scempio. Un mercato indecoroso in cui manca il minimo sindacale di etica pubblica.
Che un ministro chieda conto dei fondi al comitato per il no e non a quello per il sì dice molto del clima velenoso che si respira. Si era detto che si sarebbe entrati nel merito delle questioni referendarie. Da tempo pensavo che non sarebbe accaduto.
Il presidente Mattarella – Dio ce lo preservi – ha compreso che il dibattito stava evaporando, sostituito da risse e tafferugli. Se si tornasse al merito, il confronto sarebbe perfino interessante. Se si smettesse di accusare i giudici di mafiosità e di manovre politiche, forse potremmo aspirare a essere un Paese serio. Quasi.
Per fortuna, Mattarella e il suo senso dello Stato sono ancora lì.