La storia è finita per degenerare e questo, francamente, non è un bel vedere. Voglio essere chiaro, fuori da passioni e scelte partigiane: Alessandro Bastoni, difensore dell’Inter e della Nazionale, ha sbagliato non solo a costruire un fallo inesistente ma anche — e direi soprattutto — a esultare per il cartellino rosso che l’arbitro Federico La Penna ha mostrato al giocatore della Juventus Pierre Kalulu, completamente innocente.
Tutto questo si accompagna a numerosissimi momenti di gioco non proprio edificanti, utilizzati da tutti in tutte le squadre di calcio. Ovviamente non va bene. Non va per niente bene. Eticamente è inaccettabile e bene farebbe Bastoni a chiedere scusa a Kalulu e soprattutto all’arbitro.
Veniamo al secondo punto di quella che pareva una farsa ma che in Italia è diventata tragedia: l’arbitro La Penna e la sua famiglia hanno subito minacce di morte. Qui il discorso si allarga e diventa terribilmente serio. Può una persona che — attenzione — è stata indotta all’errore subire minacce di morte come se stesse indagando su cosche della criminalità organizzata? Davvero pensiamo che questo sia il risultato di un torto subito? È oltremodo sciocco riportare a galla i numerosi episodi di una o dell’altra parte, perennemente in guerra.
Ho sempre concepito lo sport come qualcosa di magico, bello e terribile: si può vincere o perdere. Ci può essere, come in questo caso, un episodio che può — ma non vi è certezza — avere influito sul risultato finale. Nello short track l’atleta italiana Arianna Fontana è giunta quarta e ha perso la medaglia perché un’altra atleta, una cinese, pare l’abbia sportellata con decisione. Anche lì gli arbitri non sono intervenuti e non so neppure se potessero o dovessero farlo.
Proviamo a rimettere le cose in ordine. Bastoni ha compiuto un gesto inconsulto, da condannare. Non ha senso dire “lo hanno fatto altri prima di lui”: quel gesto non è bello, non è sportivamente bello. L’arbitro La Penna è stato ingannato dalla furbizia di Bastoni.
Ora, per favore, la vogliamo smettere? Possiamo davvero minacciare di morte un uomo per una partita di calcio? Possiamo scendere a livelli che ci portano fuori dalla ragione? Tutto questo è ormai fuori controllo. Lo sport, se è questo, non è sport. Almeno per me.
Gli errori esistono. Ho vissuto e lavorato con persone che ne hanno commessi parecchi, ma nessuno di loro — salvo qualche esponente di spicco della criminalità organizzata — ha mai accusato il giudice di avergli rovinato la vita. Non esageriamo. Davvero.
E, vi prego, non ricominciamo a elencare atti e fatti degli ultimi cinquant’anni. Non mi interessa se Giorgio Chiellini, se Gianluigi Buffon, se Ivan Perišić, se Christian Vieri, se Giuseppe Meazza, se Sandro Mazzola, se Roberto Gori, se Maurizio Turone. Basta. Davvero. Non mi interessa un elenco dettagliato di chi ha fatto il furbo, di chi ha segnato oltre la linea, di chi ha perso tempo, di chi ha spintonato o non è stato un bravo sportivo.
Minacciare di morte è un modo mafioso di discutere e io, a questi livelli, non discuto più. Che Bastoni faccia o non faccia il buon gesto — propendo perché lo faccia — non cambia di un millimetro la storia. Minacciare di morte un arbitro è come minacciare un giudice. È la morte della normalità. È imboccare la strada della barbarie e io, sinceramente, non sono disposto a percorrerla. Non so voi.