Quanti sono i volti che non hanno occhi e sono gonfi di mare, acqua un giorno amica. Quanti sono i pensieri che non camminano più tra le onde della vita, quante le speranza naufragate, quanti i sorrisi gettati, quanti i bambini inghiottiti. Quante sono le facce che si voltano dall’altra parte a guardare verso terra, a convincersi che tutto questo non li riguarda. Quanti sono i naufraghi dell’indifferenza. Proviamoci a contare.
Tutto possiamo dire per giustificarci e giustificare. La colpa, in fondo, è sempre degli altri. Di chi, per esempio, non guarda la televisione e non capisce che quel tratto di mare è pericoloso. Che ci sono morte trecento persone l’altro giorno. Perché ci riprovano? Perché non hanno la televisione e non hanno twitter e non hanno facebook e non hanno pane e non hanno voglia di restare in quello sputo di terreno, perché il destino ha disegnato le loro vite in quel deserto e in quell’agglomerato di tristezza. Perché un bambino non ha il concetto degli spazi e dei confini e perché non possiamo continuare a delimitare tutto con il filo spinato, perché non possiamo continuare a chiudere il territorio con l’odio e l’ipocrisia. Perché una donna non ragiona quando il proprio figlio ha fame, non ha un progetto a lungo termine chi deve zittire quel bambino, chi deve regalare un tozzo di pane a quel ragazzo, chi deve provare a spostare l’asticella del proprio futuro. Perché un uomo non ragiona quando mastica l’indifferenza della gente, il sorriso sapientemente disegnato nella faccia di commiserazione di noi occidentali, di noi “che ce l’abbiamo fatta da soli” sapendo di raccontare pietose bugie e sapendo di non essere arrivati da nessuna parte. Perché non abbiamo avuto il coraggio neppure di partire. Neppure di cominciare il viaggio della vita. Perché continuiamo a ribadire concetti inutili, come quello di credere nella sovranità di un paese, di credere nella propria squadra, di credere nella famiglia quando nelle nostre famiglie si consumano i più atroci delitti e le peggiori violenze. Nel recinto del nostro egoismo.
Allora proviamo a dirci, una buona volta che siamo ipocriti. Vogliamo chiudere le nostre frontiere di un mondo globalizzato: acquistiamo smart-phone provenienti da altri paese, auto costruite in altri paesi, computer prodotti in altri paesi. Se dovessimo andare con le barche in quei paesi probabilmente non ci farebbero entrare. Allora proviamo ad ascoltare il rumore di quel mare, di quelle onde lunghe, di quella schiuma sporca e chiediamoci perché quei bambini, quelle donne, quegli uomini, quelle trecento o cinquecento o mille e magari diecimila persone non possono far parte di un paese di cinquanta milioni, si, milioni di abitanti. Perché non la vogliamo quella goccia d’acqua, quella lacrima intensa e disposta a stare ai nostri patti, alle nostre regole. Noi quelli che tutti i giorni cerchiamo di fregarcene delle regole che ci siamo dati. Noi non ci fermiamo sulle strisce pedonali, passiamo con il rosso, non facciamo le ricevute, parcheggiamo in seconda fila e non accettiamo, neppure un attimo che lo facciano gli altri. Noi dovremmo sederci davanti alla panchina della vita e provare a contare tutte le stelle che ci capiteranno davanti. E quelle stelle non sono tutte per noi. Sappiatelo.