asinara da punta della scomunica
Il mare invita alla contemplazione. Piatto e tagliente, acqua che raccoglie i pensieri. Sulla barca siamo in tanti e tutti hanno occhi disposti alla registrazione dei paesaggi. I miei, invece, si sono preparati a sovrapporre ciò che è stato con ciò che è diventato.
Capisco l’errore, il peccato originale del mio sguardo. E’ un po’ come voler riprovare una storia con i rumori e gli sguardi di allora, con le stesse parole, gli stessi modi di porsi e ritrovarsi, invece, più stantii, più lontani e, dunque, più diversi. Non si dovrebbe mai ritornare sui luoghi con la speranza che essi possano essere rimasti così, come allora. Non si dovrebbe mai ripercorrere la stessa strada con le stesse scarpe e lo stesso modo di camminare. Non si dovrebbe, ma ci sono romanzi, vite, racconti, storie, trattati di antorpologia che, invece, vanno a ritroso alla ricerca di qualcosa di perduto, di lontano, a cercare il proprio altrove. Perché di questo si tratta, in fondo. Si spera di ritrovare tutto come era prima perché così anche noi ritorniamo a quei giorni, a quegli anni. L’Asinara, la mia Asinara, non è quella che ho visto ieri. Non poteva e doveva esserlo. Sarebbe da ingenui pensare che tutto fosse cristallizzato alla fine degli anni ottanta. Non sarebbe stato giusto per chi, per esempio, all’Asinara c’era stato molto prima e non è giusto per chi, invece all’Asinara c’è arrivato subito dopo. Nessuno è conquistatore o conquistato. Nessuno è indigeno o straniero. Nasciamo per caso in mille luoghi del mondo e proviamo, negli anni, ad ancorare la nostra vita nelle radici di una terra che crediamo nostra. Ma di nostro c’è solo il ricordo che quella terra riesce a restituire. L’Asinara, la mia Asinara aveva rumori spenti, lontani. Ieri c’erano ragazzi che cantavano, biciclette, auto. Ho pensato a Dante se dovesse vedere la sua Firenze o Leopardi la sua Recanati. Immaginate Silvio Pellico davanti a Fornelli, direbbe che quelle celle sono stanze d’albergo rispetto a quella dove lui ha vissuto. Insomma, l’Asinara, la mia Asinara non c’è più. Anche se l’isola è la stessa. Anche se gli scogli di Tumbarino sono rimasti inermi ad abbracciare il mare. Anche se Cala d’Oliva è sempre quell’effetto Itaca che, da sempre, al rientro dalle diramazioni, riusciva a regalarmi. Sono rimasti i contorni ma dentro, tutto è cambiato, tutto si è modificato. C’è un parco, ci sono delle guide a dire il vero preparate e bravissime, ci sono i bar, i ristoranti, è una riserva marina totalmente protetta, è un altrove più pura, più nitida forse, ma non è mia. Non ci posso fare niente. Non è una questione di romanticismo sdrucciolo, non è scivolare sui luoghi comuni. Non è semplicemente questo. E non potrebbe esserlo. Ho provato ad ambientarmi in quell’Avalon sospesa nelle nuove nebbie. Ho provato a ritornare, a percepire quello che non c’era. Ho capito che non poteva riemergere da nessuna onda che lambiva quella terra.
Ci sono luoghi che si possono modificare. Ci abituiamo ai palazzi che si costruiscono nelle nostre città, alle nuove vie, ai nuovi parchi, alle rotonde, ci abituiamo alla cancellazione silenziosa di quello che avevano costruito i nostri nonni. Ci allontaniamo quasi con un sorriso, dai loro racconti, da quello che era la campagna e come è diventata. Ci sono luoghi che si possono modificare. E’ vero. Ma i “non luoghi”, gli “altrove” dovrebbero poter restare. Ho riletto, da pochissimo “delitto e castigo”. Quella San Pietroburgo non c’è più. Ma quel libro, quei personaggi sono, appunto vivi ma appartengono ad un “non luogo”. Un po’ come chi ha vissuto all’Asinara da guardia carceraria, da appuntato, da maresciallo, da ragioniere, da direttore, educatore, agronomo, medico, infermiere, maestro, da bambino, da detenuto. Tutti personaggi che avevano storie da raccontare, piccoli schizzi di vita. Perché di questo, in fondo, si tratta. Poter dipingere le vite nei luoghi. Questa non è la mia Asinara e non riesco a dipingerla. Non dirò mai che è più bella o più brutta. Dico solo che non è mia. Continuerò però a ricercare con i miei occhi antichi, con quei rumori ormai indelebili, una strada piccola, senza troppa vita, dove si racchiudono le storie. Quelle che anche io, in parte, ho vissuto.
Il mare invita alla contemplazione. Il mio mare, acqua che non legge e sa comprendere ugualmente. Ogni goccia ha una parola, ogni onda ha un suo silenzio. L’Asinara, la mia Asinara, vista da lontano è il mio amore che non muore. Ho osservato quell’immenso mare dal campo di calcio della diramazione centrale. C’erano molti ragazzi che entravano e uscivano dal bunker. Ho guardato oltre quella porta distrutta. Senza rete. Senza più pallone. Non c’erano i miei rumori. Non c’erano i detenuti a calciare quella palla verso il mare, verso la libertà. Questo non c’era in quel silenzio di rumori nuovi, incomprensibili.
Il mare invita alla contemplazione. Ma è l’anima rattrappita che, quasi con dolcezza, si addormenta. Tra le onde e l’infinito. Tra l’altrove e il non luogo che è ricordo, icona perforata, isola perduta. La mia Asinara, quella, non c’è più. Ma c’è rimasto il mare. Non è poco ma ai miei occhi non può bastare. Buona navigazione al Parco e a tutti i ragazzi che con passione ci lavorano. Io vagherò per altri porti, con altre navi, anche se nello stesso immenso e smisurato mare.