Era il vento che disegnava i contorni limandoli e rendendoli più freddi. Gli occhi, fessure che non guardavano,ma voracemente scansionavano tutti i movimenti. Come preda in gabbia, come fermo immagine che attendeva lo scatto ma non poteva perché sapeva che quello non era il momento e che, forse, dentro quest’isola quel momento non sarebbe mai arrivato. Ascoltava in quel metro d’aria tutti i rumori che pervenivano dall’esterno e annusava gli odori per capire in quale spicchio di mondo l’avessero catapultato. Non usava parole e non calpestava discorsi per comunicare. Centellinava tutto,anche i passi che, con una certa attenzione osservavo dal monitor. Mi chiese dei libri. Dei libri di chiesa. Di santi. Precisai che qualche libro sulla vita dei santi lo avevamo anche perché la biblioteca dell’Asinara, sino al 1983, ovvero sino all’arrivo del primo educatore stanziale era formata solo ed esclusivamente di libri “di chiesa” in quanto prima della biblioteca se ne occupava il cappellano. Tra Santa Rita da Cascia, San Benedetto e le confessioni di sant’Agostino (decisamente osè) decisi per la vita di S.Francesco che, fin da piccolo avevo amato. Quel suo essere così sfrontato e così forte davanti alle scelte, quel suo giocoso correre e cantare davanti alla natura e a Dio. Mi guardò come si osserva un ricordo. Con dovuta parsimonia. Mi disse grazie e strinse la mano. Solo allora osservando il suo muoversi lento, impacciato, quasi a rallentatore riuscii a dirgli qualcosa: “S. Francesco predicava la pace ed era una persona gioiosa, chiamava il sole fratello e la luna sorella e parlava al creato. Lei è nella buona condizione per fare un viaggio dentro quest’anima nobile. Ha la natura intorno. Le auguro buon viaggio.” Mi rispose solo grazie e strinse bene il libro tra le mani. A volte i miracoli accadono. Non quella volta. Chiese ancora libri di vite di santi che gli procurai e gli feci avere attraverso gli agenti. Salvatore Riina, noto Totò non era pronto per parlare con gli animali. Perché non era pronto a scaldare il cuore degli uomini. Fu il mio unico incontro e mi lasciò un sapore freddo, acciaio che non si smuove, futuro che non si sarebbe solidificato. Regalava sguardi che avevano scheggiato le anime e non ero disposto a compatirlo. Non aveva colori tersi e limpidi. Era, per quel che ricordo, un’ombra pesante, incompatibile con la gaiezza, la disponibilità e la gioia. Quando abbandonò definitivamente l’isola ricordo lo smantellamento dei numerosi videoregistratori e le centinaia di cassette in vhs. Era come smontare il set di un film. Di un bruttissimo e inutile film.