Affermare che chi vota a destra è poco “studiato” è, ovviamente, un’incommensurabile sciocchezza. Chi lo pensa (e lo dichiara) si presenta come persona poco accorta e che poco ha studiato i flussi elettorali degli ultimi decenni. Gli elettori sono cambiati e negli anni hanno modificato più volte la casacca. Così come nel calcio non ci sono più le bandiere, anche in politica cambiare opinione, orientamento e partito politico non è più una blasfemia.
Quello che però non riesco a comprendere è perché nessuno abbia ricordato, in questa disputa agostana (e, ormai, settembrina), che il Partito Comunista Italiano si vantava, per esempio, di avere il suo zoccolo duro tra gli operai, che tutto possiamo pensare tranne che avessero lauree nel cassetto. È vero che – come ricorda Pietrangeli nella famosa Contessa – anche l’operaio vuole il figlio dottore, ma è anche vero che l’ascensore sociale, laddove si è azionato, non ha portato un voto esclusivamente a sinistra.
Gli elettori hanno il diritto di scelta e non c’è un partito di eletti in senso biblico. Puoi avere una laurea, due, tre specializzazioni, ma questo non significa che tu ti debba orientare da una parte piuttosto che da un’altra.
E, per dirla tutta: bene farebbe la sinistra a ricominciare a cercare consenso tra le fabbriche, tra il ceto che una volta si chiamava “basso” o addirittura “proletario”. Non è una parolaccia. Arrivassero i voti dei non laureati non perché indossano la maglia ideologica, ma solo ed esclusivamente perché la sinistra, finalmente, ha ricominciato a illuminare quella parte di società che ha dimenticato.
Direte: discorso semplicistico. Vero. Identico a quelli che vogliono la sinistra tutta “studiata” e la destra “ignorante”. E non dite, per favore, che era un pezzo di discorso estrapolato da un contesto più ampio. Non regge più. È stato un errore. Ci serva a ricominciare dagli operai, quelli che Berlinguer visitava nelle fabbriche.
Direte voi: non ci sono più le fabbriche. E anche questo è vero. Ma non c’è neppure più Berlinguer.