A vederla da qui, dal nostro orticello verde e curato, l’immagine di un missile conficcato nel terreno sembra quasi uscita da un fumetto degli anni Sessanta o da una fotografia costruita con l’intelligenza artificiale. Invece è reale. È accaduto davvero. Si tratta di un missile israeliano inesploso, precipitato in Siria, nei pressi dell’aeroporto internazionale di Qamishli. Qualcosa di molto lontano da noi e, soprattutto, molto lontano dalle nostre preoccupazioni.
Un missile piantato in un campo, con alcune pecore che pascolano sullo sfondo. Quasi un paesaggio sardo. Quasi qualcosa che potrebbe sfiorarci. Eppure non ci interessa. Il nostro mondo corre su altri binari. Si discute della grazia a Minetti e dei veleni che ne sono seguiti; tornano di moda il bunga bunga, Villa Certosa, il senatore bello (lo dice lui) e bullo (lo suggeriscono le sue parole), indagato per stupro; si parla della benzina, delle accise, di Giorgia, di Sinner ricoverato per accertamenti. E c’è persino chi si scandalizza perché, per quegli stessi esami, ai comuni mortali servirebbero mesi, se non anni. Vabbè, questa è la rete.
Di quel missile, invece, nessuna traccia. Non fa notizia. Eppure, a guardarlo, inquieta. Molto più di tante polemiche che occupano le nostre giornate. Perché è lì, conficcato nella terra accanto alle pecore, come se la guerra fosse diventata un elemento del paesaggio. Ed è la dimostrazione di quanto fatichiamo a sollevare lo sguardo oltre il nostro giardino, o Villa Certosa che dir si voglia. Mentre discutiamo del cortile di casa, il mondo continua a bruciare poco più in là dell’orizzonte. Genocidi compresi.