«Sono estraneo ai fatti, posso chiarire». E c’è da augurarsi che riesca a farlo con chiarezza, dissipando ogni dubbio sulla vicenda che lo vede coinvolto e che riguarda una presunta violenza sessuale denunciata da un’imprenditrice conosciuta dal senatore Francesco Silvestro in occasione di una trattativa per la vendita di vini pregiati.
Non entro, ovviamente, nel merito dell’inchiesta. C’è un’indagine in corso della Procura di Roma e il senatore risulta iscritto nel registro degli indagati. Mi interessa invece soffermarmi sulla sua linea difensiva, o meglio su una frase che ha suscitato sconcerto: «Denunci pure, ci divertiremo. Io un bel ragazzo, lei normale».
Parole pesanti, offensive e, soprattutto, difficili da comprendere. Lasciamo da parte quel «ci divertiremo», che già da solo tradisce un’inquietante leggerezza rispetto alla gravità della situazione. Quello che davvero non torna è l’equazione tra “bello” e “normale”.
Che cosa significa? Che un uomo ritenuto attraente non possa molestare una donna? Oppure che una donna “normale” non possa essere vittima di attenzioni indesiderate? E, soprattutto, chi stabilisce i confini tra il bello e il normale?
Viene voglia di chiedere al senatore una definizione precisa di entrambe le categorie, perché da soli quei due aggettivi raccontano un immaginario che sembra uscito da un’altra epoca. Un immaginario nel quale l’aspetto fisico diventa un argomento difensivo e la persona che accusa viene misurata con un metro estetico anziché con il rispetto che merita.
Successivamente il senatore ha tentato di correggere il tiro, spiegando di essere stato colto di sorpresa e sostenendo che quelle parole erano state pronunciate nel contesto di una conversazione ritenuta colloquiale. Ha ammesso che si trattava di espressioni sbagliate. Le scuse, però, non mi convincono. Perché dietro quel «io bello, lei normale» non c’è soltanto una frase infelice. C’è una visione del mondo, una costruzione culturale che per anni ha trovato cittadinanza negli ambienti politici di Forza Italia (il suo partito) dove il valore delle donne veniva spesso misurato attraverso l’aspetto e la disponibilità, più che attraverso la dignità e l’autonomia.
Ed è proprio qui che il discorso si inceppa. Perché le parole sfuggono, certo, ma raramente arrivano dal nulla. Di solito emergono da ciò che si pensa davvero.
Alla fine resta soltanto una curiosità. Il senatore ha evidentemente una sua personale idea di ciò che è bello e di ciò che è normale. La magistratura si occuperà del resto. Quanto ai criteri estetici, invece, temo che il problema sia più semplice: quando qualcuno sente il bisogno di dichiararsi bello per difendersi, il rischio è che l’unica cosa davvero normale sia la sua mancanza di argomenti.