Mi occupo di bellezza effimera, forse persino inutile. Eppure capace di restare addosso come certi profumi d’infanzia, come una canzone ascoltata d’estate con i finestrini abbassati. La Ferrari, per la mia generazione, è stata questo: non soltanto un’automobile, ma un’idea. Un sogno rosso acceso. Un rombo che arrivava da lontano e ti attraversava il petto. Passione, velocità, desiderio.
Io e la Ferrari ci siamo incontrati da bambini, negli anni in cui vincevano Jackie Stewart con la Matra e la Tyrrell. Erano i primi Settanta, il tempo delle domeniche lente, delle radio accese e dei padri che parlavano di motori come di cavalieri antichi. Poi arrivò il 1975. Avevo sedici anni quando vidi Niki Lauda portare la Ferrari sul tetto del mondo. Vinse ancora nel 1977. Nel 1979 toccò a Jody Scheckter. Dopo, il silenzio. Un lungo deserto attraversato da Williams, McLaren, una breve parentesi Benetton. Ventun anni di attesa sono un’eternità per chi ama.
Poi arrivò Michael Schumacher e la rossa tornò a essere leggenda. Cinque titoli con lui, uno con Raikkonen. Dopo ancora, di nuovo il buio.
Eppure la Ferrari rimane dentro. Rimane per il portamento, per quella sua eleganza aggressiva, per la linea che sembra disegnata dal vento. Rimane perché la bellezza, quando è vera, non chiede permesso.
Per questo, osservando da lontano l’ultima nata di Maranello, “Luce”, la domanda arriva subito, quasi involontaria: perché?
L’ha disegnata Jony Ive, il genio dell’iPhone. Ma non sempre due miti riescono a parlarsi. Non sempre due icone riescono a convivere senza ferirsi. Per me “Luce” è estranea già nel colore: un azzurro che non è azzurro, forse verde, forse niente. Un’incertezza cromatica che lascia spaesati.
Ecco, la Ferrari non può permettersi il “forse”. Non può abitare il territorio del “chissà”. La leggenda vive di rituali, di riconoscibilità, di fedeltà a sé stessa. Una Ferrari deve farti girare la testa anche da ferma, deve avere il coraggio della propria identità.
Quell’auto costa oltre cinquecentomila euro. Nessuno di noi, probabilmente, potrà mai comprarla. Ma amare una Ferrari è sempre stato un diritto popolare, quasi sentimentale. La si poteva desiderare senza possederla, come accade alle cose magnifiche.
E invece questa volta no.
È la prima volta che mi capita di rifiutare il bacio di una Ferrari.