Oggi è stato l’ultimo giorno di “scuola” di una bellissima esperienza con l’università delle tre età di Porto Torres dove, nel corso dell’anno abbiamo provato a raccontarci.
Grazie a tutte e a tutti.
Raccontarsi non è un esercizio. Non è neppure una tecnica. Non basta mettere in fila i fatti, scegliere un tempo verbale, dosare gli aggettivi come si dosa il sale sopra una pietanza antica. Raccontarsi è molto più vicino a un ritorno che a una partenza. È entrare in una stanza chiusa da anni e accorgersi che l’odore dell’infanzia è rimasto lì, immobile, nascosto dentro il legno dei mobili, nelle fotografie ingiallite, nel rumore lontano di una radio che forse non esiste più.
Per un anno abbiamo attraversato insieme questo territorio fragile. Abbiamo preso i ricordi e li abbiamo guardati senza fretta, come si guarda il mare d’inverno: sapendo che sotto la superficie c’è sempre qualcosa che continua a muoversi. E allora avete capito che la memoria non è un archivio ordinato. È un animale vivo. Respira. Si nasconde. A volte mente per proteggerci, altre volte spalanca ferite che credevamo cucite per sempre.
Ma scrivere non serve a guarire. Questa è una delle illusioni più diffuse. Scrivere serve a capire il peso delle cose. Serve a dare un nome al buio. Serve a impedire che le persone amate spariscano davvero. Ogni storia che avete scritto era un modo per dire: io c’ero. Mio padre c’era. Mia madre rideva così. Quel cortile aveva quell’odore. Quel dolore mi ha attraversato. Quella felicità è esistita.
Ed è straordinario pensare che tutto questo possa sopravvivere dentro poche righe.
Raccontarsi significa avere il coraggio di non apparire invincibili. Le vite perfette non interessano nessuno. Sono lisce, sterili, senza profondità. La letteratura nasce invece dalle crepe. Da ciò che manca. Dalle attese davanti a una porta che non si apre. Dai silenzi nelle cucine. Dai treni persi. Dalle lettere mai spedite. Dai rimorsi che tornano la notte quando il mondo smette di fare rumore.
Le storie vere hanno sempre una piccola ombra dentro. Ed è proprio quell’ombra a renderle umane.
In questi mesi avete imparato una cosa importante: non esistono esistenze insignificanti. Ogni persona custodisce un romanzo. Persino chi pensa di non avere nulla da dire porta dentro immagini che nessun altro possiede. Una nonna che impasta il pane all’alba. Una mano appoggiata sulla spalla nel momento esatto in cui tutto stava crollando. Una strada percorsa mille volte. Un addio. Un perdono tardivo. Una paura mai confessata.
La scrittura comincia lì.
Comincia quando smettiamo di cercare frasi importanti e iniziamo invece ad ascoltare davvero la vita. Perché le parole non arrivano dalla letteratura. Arrivano dagli occhi delle persone. Dalle periferie. Dalle carceri. Dai bar all’alba. Dai corridoi degli ospedali. Dai vecchi che parlano da soli. Dai bambini che fanno domande impossibili. Chi scrive deve avere soprattutto questo: attenzione. Un’immensa, ostinata attenzione per gli esseri umani.
Non abbiate paura della semplicità. Le frasi più forti spesso camminano piano. Non urlano. Restano. Come certe persone.
E adesso che il laboratorio finisce, non pensate che finisca davvero. Le storie continuano a cercarvi. Vi aspettano nei dettagli che gli altri ignorano. Nelle parole dette male. Nei silenzi. Nei visi stanchi incontrati per strada. Continuate a prendere appunti anche dentro di voi. Continuate a custodire le emozioni senza vergognarvene. Difendete la vostra sensibilità come si difende una piccola fiamma nel vento.
Perché raccontarsi, alla fine, significa questo: lasciare una traccia umana del nostro passaggio. Dire al mondo, con dolcezza e ostinazione, che siamo esistiti davvero e che abbiamo voglia di colorare le nostre esistenze.