Ad un anno dalla sua scomparsa – era il 21 aprile 2025, lunedì dell’Angelo – ricordo una frase potente di papa Francesco: “si combatte la terza guerra mondiale a pezzi”. C’è, in realtà, anche un’altra costruzione lessicale che mi colpì quando Bergoglio la pronunciò – era il 2013, in un’intervista ad Antonio Spadaro – “Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. Si devono curare le ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto”.
Dentro quelle parole sparivano, come d’incanto, gli orpelli, gli stucchi, le bellezze immense degli edifici terreni. L’ospedale da campo non era qualcosa di fermo, chiaro, eterno come, per esempio, un altare, una statua, un’icona della Beata Vergine. Era, invece, movimento, un percorso di dolore e di speranza. Era “sporcarsi le mani”, fare qualcosa: curare quelle ferite diventava una possibilità legata anche a costruzioni evangeliche – il discorso delle Beatitudini, per esempio- ed è ciò che ci regala la vitalità di un’idea, di un programma.
Papa Francesco era un visionario. Amato soprattutto dai non cattolici e questo, forse, è stato il suo limite. È stato amato perché rendeva semplice tutto ciò che era difficile, ed è, per un papa, un’operazione difficilissima. Quando parlò di terza guerra mondiale a pezzi aveva ben chiaro a cosa si riferiva e sapeva benissimo che il mondo, nella sua interezza, non andava considerato come qualcosa di unico e unito.
Ho amato molto papa Francesco. L’ho amato per quella sua visione, per quello strappare il discorso preparato per la sua visita pastorale a Cagliari e per come, quel giorno, parlò a braccio di lavoro e di dignità. L’ho amato per quei gesti semplici e potentissimi: lavare i piedi ai detenuti minorenni di Casal del Marmo, per quell’espressione universale e difficile da replicare: “chi sono io per poter giudicare?”.
Sono stato sulla sua tomba. C’era molta gente che, in silenzio, osservava quel sepolcro muto, lieve, scarno. Dentro quella semplicità c’era tutta la bellezza e la potenza delle sue parole.