Ho apprezzato il primo Renato Soru. Mi piaceva quell’idea visionaria di una Sardegna fuori dal folclore e dai luoghi comuni, una Sardegna capace di inserirsi in uno scacchiere internazionale, di adattarsi ai tempi, di utilizzare la velocità di Internet, di camminare con la schiena dritta e di essere padrona delle proprie coste, della propria terra, del proprio destino.
Poi, non so bene quando, i colori hanno cominciato a stemperarsi e – per dirla proprio con Soru – dirigere una regione si è rivelato più complicato che dirigere un’azienda. Di questo, ad onor del vero, si accorse anche Silvio Berlusconi. Due imprenditori agli opposti, con due visioni del mondo quasi inconciliabili: Soru che acquista l’Unità, Berlusconi che possiede il Giornale.
Mi piaceva Soru per quel suo modo di rispondere diretto, poco studiato, con quelle pause cariche di attesa, come se qualcosa stesse per accadere. Ma non accadde. Si innamorò troppo della politica e i sogni, si sa, lì dentro perdono freschezza: si fanno opachi, si impastano di sotterfugi, compromessi, sottomissioni. La politica resta sempre quella cosa lì: sangue e merda. Non è un luogo per sognatori.
Così Renato Soru ha provato a ripartire, contrapponendosi al cosiddetto “campo largo”. Oggi, nell’intervista apparsa sulla Nuova Sardegna, dove annuncia il suo addio, ricorda che alle ultime elezioni si era candidato perché il PD – il suo partito – aveva deciso di allearsi con chi, fino al giorno prima, rappresentava idee e pratiche lontane anni luce da quelle del Partito Democratico. La sua diaspora servì a colpire le coronarie del centrosinistra, in un saliscendi tra Todde e Truzzu.
Sono cose già consegnate al passato. Renato Soru lascia la politica e torna all’impresa. Non Tiscali – che da tempo attraversa difficoltà – ma una nuova avventura nell’innovazione tecnologica. Rilancia il suo antico sogno: una Sardegna protagonista nella conoscenza e nell’intelligenza artificiale generativa. Il progetto si chiama “Istella” e chissà se riuscirà davvero a illuminare quell’universo un po’ opaco che è diventato il web.
Ho apprezzato Renato Soru per quella capacità di disegnare scenari. Ma, come certi pittori, ha saputo emozionare soprattutto nell’istante in cui restavamo fermi davanti al quadro. Poi la tela si allontana e la visione si dissolve.
Buona strada. E che le stelle, stavolta, non restino a guardare.