Davanti a un cafone, di solito, si fanno spallucce. Quando ti trovi di fronte a qualcuno che urla, la cosa migliore è abbassare la voce. È un’operazione semplice, si chiama “asimmetria”: più urli, più io parlo piano.
Il papa ha scelto di essere asimmetrico con il presidente degli Stati Uniti d’America, che non solo non ha capito come funziona un conclave, ma sembra ignorare che la diplomazia richiede educazione. Sedersi a un tavolo con chi sputa, minaccia, insulta, schernisce, bullizza non è mai una buona idea. Eppure Leone XIV, in tempo di guerra, ha deciso di usare l’arma più disarmante e più potente: la parola.
Lo ha fatto tenendo in mano il Vangelo. Di fronte alla reazione maldestra, confusa e irosa di Trump, ha risposto senza alzare il tono: non lo teme. Continuerà, per tutto il suo mandato, a parlare di pace, come insegna Cristo, questo sconosciuto ai potenti e agli arroganti della terra.
Trump era convinto che un papa americano sarebbe stato dalla sua parte. Ha dimenticato una regola elementare: il papa parla in nome di Dio a tutti, nessuno escluso. Non è Dio e non è arbitro del bene e del male. È un portatore di parole, di verbo, di fede. Necessario per chi crede, utile anche per chi non crede.
Il rispetto istituzionale dovrebbe essere la base minima per chiunque si sieda a un tavolo di dialogo. Il presidente degli Stati Uniti dimostra, ogni giorno, di disprezzare la pace, le persone, la decenza.
E viene da pensare ai “diopatriafamiglia” di casa nostra: avrebbero dovuto alzare la voce, magari sventolare un rosario davanti a uno come Trump. E invece niente.
Il papa è rimasto solo. Per fortuna.