Non la trovate nelle prime pagine dei giornali, questa via crucis silenziosa, questo Golgota che è divenuto il nostro Mediterraneo: questi diciannove corpi uccisi dal freddo, raggelati dal vento, intossicati dai fumi del carburante. Non c’è posto per loro tra le guerre decise dai re dell’indifferenza, tra gli spazi delle piccole notizie che, invece, sembrano essere considerate le più importanti.
Il calvario che è diventato il mare nostrum: una distesa di stazioni gonfie di croci, infilate in un’acqua che sa di morte e disperazione. Altri diciannove tra le migliaia di croci, in quei luoghi dove si cade e non ci si rialza. Derisi, frustati, avvolti nella nostra colpevole indifferenza, sono giunti sul monte della disperazione, dopo un calvario che noi, con le nostre scelte, abbiamo reso possibile.
Noi che continuiamo a fingere, a credere che esistano le colpe dei popoli e non le orrende responsabilità di chi quei popoli li comanda. Abbiamo distrutto, in nome di Dio, palestinesi, iraniani, curdi, somali, cubani: colpevoli soltanto di essere nati in quei luoghi. Abbiamo lasciato morire nel nostro mare persone che invocavano speranza, dignità, vita e, in maniera paradossale, li abbiamo fatti morire in nome di un Dio che si vergogna di essere citato. Soprattutto oggi.
Quel Dio che ha camminato nella polvere del deserto, è caduto e si è rialzato; quel Dio che abbiamo abbandonato, ingiuriato e rinnegato; quel Dio che abbiamo preferito far morire con il nostro viscido disprezzo. Quel Dio che cammina tra le strade di Gerusalemme con la croce addosso, quel Dio che sfiora le onde del Mediterraneo.
Quel Dio che nominiamo e, nello stesso tempo, fingiamo di amare con un rosario in tasca, con un segno della croce che è più blasfemo dell’ateismo.
Ecco, quel Dio, dal Golgota, osserva il mar Mediterraneo e piange per tutte le croci, numerose come le onde, gli scogli, gli spruzzi di un mare che fingiamo di amare e di cui non abbiamo compreso che, da molto tempo, ha cambiato colore.
Dentro quel mare, con gli ultimi diciannove naufraghi, Dio è morto.