L’idea di regolamentare, limitare o perfino vietare l’accesso ai social ai minorenni non è un’idea sbagliata. In Australia, alla fine del 2025, è stato introdotto il divieto di navigazione per gli under 16: non si tratta di moderare i contenuti, ma di impedirne fisicamente l’accesso. Una scelta draconiana, che dovrà essere osservata con attenzione, per capire quali effetti produrrà nel tempo.
In Italia, intanto, giace fermo un disegno di legge che, pur nato con ambizioni bipartisan, si è impigliato nella rete delle lungaggini parlamentari. Ma il nodo, come spesso accade, non è il divieto – che resta la soluzione più semplice – quanto la responsabilità. E non quella dei minori, bensì quella degli adulti.
Sono i genitori, infatti, a continuare imperterriti a pubblicare fotografie dei propri figli, a esporli, talvolta a trasformarli in piccoli personaggi da vetrina. C’è chi arriva perfino a inviare messaggi agli adulti chiedendo voti per “la bambina ballerina, bella e brava”, corredata di immagini. Poi quella stessa bambina, nel giro di pochi mesi, avrà il suo cellulare, un profilo Instagram gestito – almeno formalmente – da un genitore. E il cerchio si chiude, senza che nulla sia davvero cambiato.
Un tempo esisteva una linea di confine più netta: gli adulti facevano gli adulti, anche sbagliando; i figli erano figli e si vedevano opporre una sequenza di no che, nelle intenzioni, dovevano educare, contenere, far crescere. Oggi quella linea si è fatta incerta, sfumata, talvolta inesistente.
La violenza, la rabbia, le fragilità – anche quelle che sfiorano dinamiche più complesse e profonde – meritano uno sguardo serio, non semplificazioni. E forse il primo passo è smettere di rincorrere i ragazzi sul loro terreno. Quei balletti su TikTok, fatti per compiacere gli adolescenti, risultano spesso fuori luogo, quasi imbarazzanti.
Essere adulti non significa essere perfetti, ma riconoscere un ruolo. Ed è esattamente questo che i figli, anche quando non lo dicono, si aspettano: una presenza solida, non un riflesso narcisistico. Perché, a ben vedere, sono loro i primi a essere stanchi di genitori che inseguono un’eterna giovinezza, scintillante e inconsistente, come un filtro che non regge alla luce del giorno.