Io me lo ricordo, quel gol malandrino di Gerd Müller e il pasticcio tra Enrico Albertosi e Pierluigi Cera. E mi ricordo il pareggio di Tarcisio Burgnich, uno che per contratto non dovrebbe mai segnare un gol. E invece lo segnò. Finimmo sul 2 a 2. Ed eravamo al nono minuto del primo tempo supplementare.
E il gol di Gigi Riva che, da solitario angelo dell’universo, segnò il 3 a 2. Avevamo vinto. E invece no. Poi il pareggio di Müller, di testa. Tutto da rifare, con la paura di finire ai calci di rigore.
Mi ricordo che Gianni Rivera era sulla linea della porta, ma non riuscì a intervenire. E noi, tutti, lo guardammo male. Era un po’ colpa sua. Perché, quando si perde, la colpa è sempre di qualcun altro.
Poi gli dei, che guardavano il football, decisero che quella partita non dovesse finire ai rigori e chiesero a Rivera di accettare il passaggio di Roberto Boninsegna e mettere la palla in rete. Fu la vittoria delle vittorie. Difficile raccontarla a chi non l’ha mai vista.
Così, stasera, ho visto il film di questi ultimi mesi: quando partimmo sull’1 a 0 e segnarono loro. Poi un sostanziale pareggio. Poi vantaggio e pareggio. Vantaggio e pareggio. Si rischiava di perderla, questa battaglia.
Poi, chissà perché, la gente, quando si tratta di scegliere e di andare, te la ritrovi tutta lì, con gli occhi aperti che che sanno benissimo cosa fare.
Così segnammo, negli ultimi minuti del secondo tempo supplementare.
Raccontatela così, un po’ perché c’è più poesia, un po’ perché la storia siamo noi e un po’ perché la storia non ha nascondigli e non passa la mano.
In fondo ce la siamo giocata come una bella e folle partita di football, e l’abbiamo vinta. All’ultimo respiro. Ma l’abbiamo vinta.