“Ha vinto la democrazia”. Lo hanno già detto? È, in effetti, un dato di fatto e, in tempi di magra, ci si accontenta anche di un 60% – siamo ancora ad urne aperte – che negli anni Settanta e Ottanta sarebbe stato letto come una sconfitta.
È vero che si tratta di un referendum e non di elezioni politiche, capaci di polarizzare l’attenzione degli italiani, anche di quelli che poi non votano. E tuttavia, in attesa dei risultati, il fatto che un italiano su sei abbia deciso di recarsi alle urne resta un segnale indubbiamente positivo.
Le analisi diranno se davvero si siano compresi i tecnicismi di una riforma che, di fatto, modificherà gli assetti – ovviamente se vince il sì – della magistratura, senza incidere sul piano sostanziale. Gli stupratori, purtroppo, continueranno il loro sporco mestiere, come tutti i reati continueranno a essere consumati. Ma non è questo il punto.
Mi preme sottolineare come, a volte, gli italiani sappiano stupire, con quel loro modo imprevedibile di rispondere ai politici, spesso in maniera diametralmente opposta rispetto alle attese. Si immaginava un popolo stanco, afflitto, annoiato, poco interessato. E invece eccoli, con la scheda elettorale in mano, pronti a tracciare una croce su un sì o su un no.
C’è, in questo, una piccola ma significativa prova di vitalità: la capacità di essere migliori di come si è stati raccontati, e talvolta liquidati.
Ha vinto la democrazia? È una domanda retorica. La democrazia, davanti a una competizione elettorale, vince sempre. Almeno su questo – mi auguro – possiamo ancora riconoscerci tutti.