Come ricordava Massimo Troisi, a morire sono sempre i buoni. Dei cattivi, a quanto pare, non resta mai traccia nei necrologi, che anzi somigliano sempre più a esercizi di beatificazione laica, dove la memoria si fa indulgente fino alla smemoratezza. È un curioso fenomeno: appena qualcuno scompare, le asperità si levigano, le ombre si dissolvono, e restano soltanto i tratti più rassicuranti, come se la morte fosse qualcosa di morbido e rassicurante.
Eppure, se ci atteniamo ai fatti, Umberto Bossi e Paolo Cirino Pomicino non abitavano esattamente nell’olimpo dei giusti. Il primo costruì la propria fortuna politica sull’invettiva, arrivando a insultare simboli e geografie, ridisegnando l’Italia secondo una linea che, grosso modo, iniziava a sud dell’Emilia. Il secondo, più sofisticato, percorse con passo felpato i corridoi del potere, muovendosi accanto a Giulio Andreotti in quelle zone dove la politica smette di essere dichiarazione pubblica e diventa pratica opaca.
Naturalmente, ciascuno ha avuto anche meriti, gesti apprezzabili, perfino slanci sinceri. Ma il punto non è distribuire patenti morali, né indulgere in una contabilità affettiva. Il punto è un altro: distinguere tra il giudizio sulle persone e quello sugli atti politici. Questi ultimi, per loro natura, chiedono di essere valutati senza indulgenza, perché incidono sulla vita collettiva. Se uno scrive un libro scadente, sarà ricordato per quel libro, non per la sua simpatia a tavola.
Bossi, in particolare, ha incarnato una postura di radicale antitesi allo Stato repubblicano, coltivando l’idea della secessione e di una mitologia territoriale – la Padania – che aveva più a che fare con l’invenzione simbolica che con la realtà storica. “Roma ladrona” non era solo uno slogan, ma un dispositivo retorico capace di sedimentare diffidenza istituzionale. Il fastidio per la bandiera e il desiderio di riscrivere l’inno nazionale completavano il quadro. Quanto alla legge che porta il suo nome, la cosiddetta Bossi-Fini, resta difficile considerarla un modello di inclusione.
Di Pomicino si può dire qualcosa di simile, anche se con toni diversi. Figura di retrovia, come è stato ricordato, ma in una politica dove la retrovia spesso decide più della prima linea. Il fatto che oggi, in un panorama impoverito, quella figura possa apparire più solida non è necessariamente un merito: è piuttosto una misura della mediocrità circostante.
Non c’è mai stato, personalmente, alcun trasporto politico verso l’uno o verso l’altro ma, nel tratto umano, qualche dettaglio resiste: Bossi in canottiera nella casa di Silvio Berlusconi, immagine quasi domestica di un leader che si spoglia della retorica; la simpatia istintiva, tutta napoletana, di Pomicino. Ma sono dettagli, appunto. Non bastano a riscrivere una traiettoria.
Dire che la terra sia lieve è un gesto di civiltà. Santificare, invece, è un’operazione più rischiosa, perché altera la memoria pubblica. E la memoria pubblica, se vuole avere un senso, deve restare ancorata ai fatti. La storia – quella vera, non quella celebrativa – non si lascia sedurre dai sorrisi o dalle canottiere. Lavora sui gesti, sulle decisioni, sulle conseguenze. Ed è lì, inevitabilmente, che tutto torna a pesare.