“Avrebbe dovuto essere più accorto”, dice la premier di Delmastro, il sottosegretario alla Giustizia più ingenuo d’Italia. Cominciò con un Capodanno a pistolettate, proseguì con l’idea di non far respirare i detenuti e riuscì anche a farsi condannare a otto mesi di reclusione per rivelazione di segreto d’ufficio. Poi, però Giorgia Meloni, forse non soddisfatta della prima considerazione, prova a spiegare:”«Delmastro è stato leggero, ma da qui a dire che è connivente… Se c’è stata una manina che dice “tiriamo fuori la cosa peggiore sul governo negli ultimi giorni di campagna sul referendum”, gli italiani valuteranno. Però non c’entra niente con il referendum sulla giustizia». Ecco, se non c’entra niente (e niente c’entra) perché tirarlo fuori? Perché dare una lettura fantascientifica, onirica, profondamente sbagliata e politicamente scorretta?
Ma chi è, Delmastro? E’ il viceministro della giustizia, con delega alle carceri che è incappato in un nuovo pasticcio: è stato socio in affari, a Roma, con la figlia di un prestanome di un boss della camorra. La ragazza, ovviamente, è incensurata e nell’operazione non è stato commesso alcun reato. Delmastro può aprire ristoranti e bisteccherie in tutto il globo terraqueo, per carità, e può – come ha fatto – rivendere le quote di quel ristorante, forse perché qualcuno più scaltro di lui glielo ha fatto notare. Bene. Da qui a dire che è connivente… Il problema, però, non è giuridico o penale. Il problema è legato a una locuzione semplice che né Delmastro né la presidente del Consiglio sembrano voler comprendere: il senso dello Stato vissuto in maniera poco accorta e leggera. Nei miei quarant’anni trascorsi a contatto con i detenuti non ho mai accettato un invito a pranzo, a un matrimonio, a una comunione, neppure da persone che avevano concluso la pena e si erano reinserite nella società. Non per snobismo, ma per senso dello Stato. Se ricopri una carica pubblica, se sei un funzionario – come afferma l’articolo 98 della nostra Costituzione, secondo cui “i pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione” – devi comportarti di conseguenza.
Delmastro è un pubblico impiegato e, pertanto, dovrebbe astenersi, durante il servizio alla Nazione, dall’esercitare altri impieghi, anche quando, in linea di principio, non siano in concorrenza con le sue funzioni. Proprio perché si potrebbe entrare in contatto con persone che con lo Stato hanno poco a che fare.
Se questo non si comprende, è inutile chiedere dimissioni. È inutile richiamare alla necessità di mantenere un profilo istituzionale: non siamo davanti a persone disposte a farsi da parte per opportunità politica. Non lo faranno. Non è il primo e non sarà l’ultimo: è una giostra in cui ruotano tutti.
Ma fermiamoci qui, all’essenziale: un viceministro della Repubblica condannato in primo grado a otto mesi e che, oggi, scopriamo fare affari con persone dalle quali sarebbe stato opportuno tenersi a distanza, come suggerisce la stessa presidente del Consiglio.
Viene da trattenere il respiro. Proprio come Delmastro augurava ai detenuti che salivano sulle auto della polizia penitenziaria. Auto dello Stato.