Visitai Cuba nel 2009. Fidel Castro era malato, ma ancora vivo. All’Avana tutto era revolución: i cartelloni, le immagini del Che Guevara e dello stesso Castro, i musei con i cimeli del 1959 — qualche tuta, qualche libro — esposti con cura, quasi con devozione.
Tutto appariva allegro, colorato. Eppure si avvertiva, con chiarezza quasi dolorosa, che dietro quella revolución si nascondevano tristezza e povertà.
Noi, turisti occidentali, eravamo ben accolti. La polizia locale vegliava su di noi e, almeno all’inizio, teneva lontani i ragazzini che cercavano di vendere sigari. Poi, però, arrivavano altri: chi ti proponeva un’aragosta cucinata in casa a prezzi irrisori, chi offriva “compagnia” con una sorella, definita — con un curioso pudore linguistico — jinetera, cavallerizza.
Erano i colori vividi di una vita in bianco e nero. I pesos non valevano nulla, gli americani venivano insultati quotidianamente dal governo, molto meno dalla gente. I bar e le taverne frequentati dai cubani erano preclusi ai turisti, e lungo le strade si vedevano file interminabili di persone in attesa del proprio turno. Le auto, quasi tutte governative, avevano l’obbligo di fermarsi per riempirsi fino all’ultimo posto disponibile. Si risparmiava su tutto.
Sembrava di essere dentro una Macondo meno festosa, ma comunque, almeno in superficie, serena. I cubani erano abituati alla tristezza, alla fatica, alla mancanza. Avevano imparato a convivere con quella revolución che, in fondo, aveva impoverito tutti.
Oggi la situazione a Cuba è drammatica e Donald Trump sembra guardare all’isola come a una possibile preda, una nuova stella da aggiungere alla bandiera statunitense. Non sembra interessargli la storia, né la politica, né tantomeno la sofferenza delle persone. In questo caso non è il petrolio a muoverlo: l’idea è quella di trasformare Cuba in una sorta di Las Vegas dei Caraibi.
Di Fidel Castro, del Che Guevara, di quel sogno di socialismo che non ha funzionato ma che portava con sé una tensione verso un mondo più giusto, non sembra importargli nulla.
Eppure, se è vero che Cuba può essere stata piegata dalla fame, non credo che qualcuno sia riuscito a sequestrarne l’anima. I cubani che ho incontrato forse non hanno mai amato davvero la revolución, o almeno non tutti. Ma amano la loro terra, i colori, la bellezza ostinata che resiste.
Quella non è in vendita. Le emozioni non si comprano. Qualcuno, a Trump, dovrebbe ricordarglielo.