Ce lo ricordiamo di tanto in tanto. Ce lo ricorda anche il Capo dello Stato, come se non lo sapessimo già. Ce lo ricorda perché, in fondo, lo dimentichiamo. O forse, più semplicemente, non ci interessa.
«Ogni suicidio in carcere è una sconfitta per lo Stato», ha dichiarato Sergio Mattarella. Parole solenni, pronunciate perché si tratta di un punto dolente, di una ferita sempre aperta. Eppure nessuno sembra volerle stare accanto, al capezzale, per curarle davvero, lenirle, comprenderle.
La sconfitta dello Stato è, in realtà, la sconfitta di tutti: governo e opposizione, uomini e donne, poliziotti, educatori, direttori, assistenti sociali. Di tutti, senza eccezioni. È il segno che non si è fatto abbastanza per restituire quelle persone alla società in modo integro. È il segno che forse non siamo capaci di farlo o, peggio ancora, che non vogliamo.
Si parla continuamente di sicurezza, parola che riempie le bocche e svuota spesso il pensiero. Ma investire davvero nella sicurezza significa compiere scelte civiche ed etiche. Significa costruire percorsi diversi per chi ha commesso reati, offrire strade che allontanino dai vicoli dell’incertezza e della recidiva.
Quei percorsi, però, vanno abitati, presidiati, sostenuti. Non basta la sola forza della polizia penitenziaria: quella è una risposta di contenimento, non una strategia di sicurezza. Serve un cambio di visione. Serve comprendere, finalmente, che sicurezza significa anche – e soprattutto – investire in funzionari giuridico-pedagogici, assistenti sociali, mediatori, psicologi. Insieme alla polizia penitenziaria, devono diventare un presidio sociale capace di garantire dignità alle persone detenute.
La sconfitta dello Stato nasce da una visione obliqua, distorta, che riduce la sicurezza alla sola presenza delle forze dell’ordine. Ma il carcere chiede altro: comprensione, mediazione, lavoro, ascolto degli ultimi. Chiede fermezza, certo, ma anche progetti mirati, percorsi seri, competenze solide.
Pensare che basti assumere poliziotti – scelta in sé legittima, ma peraltro neppure pienamente attuata, visto che ci si limita a coprire, e nemmeno del tutto, il turnover – è un errore che pesa. I suicidi, il disagio, la depressione nascono altrove.
E non volerlo vedere, questo sì, è la sconfitta più grave.