Approfitto per riassumere le puntate precedenti, andando volutamente a braccio. Da molti anni, ormai, gli scontri politici si riducono a gazzarre insulse e cori da stadio. “Abbassare i toni” lo disse il presidente Giorgio Napolitano, quando ancora si aveva l’impressione che le parole pesassero. Ci si accusa di tutto, da sempre. Poi c’è anche chi ricorda che non si può giocare una partita se non si è convocati, o se non si ha un ruolo preciso nella squadra.
Ricordo Piero Fassino, allora sindaco di Torino, che rivolgendosi a Chiara Appendino disse: «Un giorno lei si segga su questa sedia e vediamo se poi sarà capace di fare tutto quello che oggi ha auspicato di poter fare». Detto, fatto. Insomma, ognuno dovrebbe stare al proprio posto, assumendosi la responsabilità delle proprie scelte.
La pensa così anche Giorgia Meloni, che suggerisce ai magistrati “politicizzati” – ma chi sarebbero, esattamente? Mantovano, per esempio, è un magistrato politicizzato? – che, se vogliono occuparsi di politica, si candidino: una volta eletti, potranno dialogare con lei e con gli altri parlamentari.
E allora mi chiedo: perché lei, da presidente del Consiglio, entra nel merito di una sentenza emessa da un magistrato senza conoscerne, peraltro, le motivazioni? Un piccolo suggerimento: se intende esercitare il potere giudicante, può laurearsi in giurisprudenza, affrontare il concorso in magistratura e poi intervenire a ragion veduta. Scoprirebbe che le leggi si applicano e, quando necessario, si interpretano; capirebbe che, anche se dovesse prevalere la tesi del sì alla separazione delle carriere, qualunque giudice condannerebbe il governo italiano al risarcimento di 76 mila euro di danni. Perché il referendum non c’entra nulla con questa vicenda.
Ha ragione, Presidente: chi intende fare politica si candida. E chi vuole fare il magistrato studia, si laurea e affronta un concorso pubblico. Facile, no? Come abbassare i toni. Però non basta solo dirlo. Bisogna farlo.