SASSARI. «Mio fratello è morto e il suo assassino è praticamente libero. Libero di studiare, di laurearsi, di uscire dal carcere e rilasciare interviste, di guadagnarsi una ribalta che non merita, passando per omicida redento». A parlare è Angelo Simula, maresciallo dell’aeronautica militare in servizio a Cagliari, fratello maggiore di Mario, il giovane idraulico di Ittiri massacrato con 31 coltellate il 27 settembre del 2001, quando aveva 28 anni. La mano che impugnava il coltello era quella di Stefano Diana, 25 anni, operaio di Pozzomaggiore, condannato a 30 anni di reclusione. Pena che sta scontando nel carcere di Alghero, dove nei giorni scorsi, al termine del corso di studi, ha discusso la sua tesi in Scienze della comunicazione. La notizia della laurea dell’assassino di suo fratello Angelo Simula l’ha appresa dai telegiornali. Ha visto l’intervista rilasciata ai tg regionali dall’uomo che 8 anni fa ha ucciso quello che considerava il suo rivale in amore. La vita della famiglia Simula da settembre del 2001 è stata stravolta. «Io e i miei due fratelli in qualche modo abbiamo dovuto reagire, abbiamo un lavoro che ci distrae dal pensiero fisso della terribile fine di Mario, ognuno di noi ha famiglia e figli da crescere. Quelli che pagano maggiormente le conseguenze di questo dolore inconsolabile e straziante sono i nostri genitori, mio padre si è ammalato e oggi è un uomo in ginocchio». Le ragioni e il profondo dolore dei familiari della vittima aprono inevitabilmente un ragionamento «sui delitti e sulle pene». Sul diritto delle vittime e dei loro familiari ad avere giustizia e sul diritto al riscatto dei carcerati, stabilito da leggi dello Stato e dalla Costituzione. «Il discorso è complesso è articolato», spiega Giampaolo Cassitta, educatore e dirigente dell’Ufficio detenuti per l’amministrazione penitenziaria di Cagliari, che ha seguito in carcere per sei anni Stefano Diana. E aggiunge: «Comprendo perfettamente lo stato d’animo dei familiari verso i quali è dovuto un grandissimo rispetto e sto dalla parte delle vittime, ma è necessario capire – sottolinea – che lo Stato non fa vendette ma giustizia e nella giustizia, come previsto dalle leggi dello Stato e sulla base di princìpi costituzionali, si compie il tentativo attraverso un percorso che è sempre molto complesso di restituire alla società individui che non commettano più reati». Un ragionamento difficile da spiegare ai familiari di Mario Simula, che da 8 anni combattono giorno dopo giorno contro il dolore lacerante per la perdita del loro congiunto. «Oltre che addolorati – afferma Angelo Simula – ci siamo sentiti offesi e non tutelati dalla giustizia. La pena deve essere pena. Noi abbiamo subìto cose indicibili in questi anni. Io ho visto il corpo di mio fratello martoriato, abbiamo dovuto affrontare oltre un anno di processi, in qualche circostanza, è assurdo ma è così, abbiamo dovuto battagliare per difendere la memoria di Mario». – Angela Recino