Io, Luigi Pintor l’ho conosciuto. Davvero. Ho organizzato con il mio amico librario, ad Alghero, nel 2001, la presentazione del suo libro “il nespolo”. Aveva posto solo una condizione: la manifestazione si doveva effettuare all’aperto. Perché Luigi Pintor fumava. Terribilmente. E non avrebbe retto oltre cinque minuti senza la sigaretta. Lo diceva dietro quegli occhiali spessi e densi, da intellettuale, quegli occhiali che solo pochi si possono permettere. Ero terribilmente agitato quel giorno di luglio. Pintor, almeno per me, rappresentava un solco forte e intenso: era il no deciso ad un tipo di nomenclatura, era lo sbattere la porta ad un partito comunista chiuso. Era fondare un periodico diverso dall’Unità. In dissenso. Luigi Pintor aveva gli occhi di un vincente che non avrebbe mai ottenuto nulla. Uno splendido perdente. Un uomo dalla parte del torto o, per dirla con De Andrè “che viaggia in destinazione ostinata e contraria”. Avevo studiato, letto e riletto il suo libro e mi ero preparato alcune domande anche sul manifesto. Quel giorno mi venne voglia anche di riprendere a fumare per come mi affascinava quella voce roca e dolce di un uomo verticale. C’era molta gente e lui venne interrotto da moltissimi applausi. Non si parlò di Berlinguer e neppure di Sardegna. Non era un personaggio retorico. Piuttosto un uomo “nobile” dentro. Scrisse sul libro “A Giampaolo, baldo curioso”. Non piansi per orgoglio ma quel libro, il nespolo, è tra quelli più letti della mia personale biblioteca. il 27 aprile 1971 il Manifesto decise di provare la scommessa di diventare, da mensile, a quotidiano. Il primo direttore di quel quotidiano fu Luigi Pintor. Sono passati 44 anni e Luigi ci ha lasciato il 17 maggio del 2003. In silenzio. Come le persone nobili, nate con la voglia di essere sempre controvento, destinazione ostinata e contraria. Il manfiesto, una sua creatura, c’è ancora e viaggia sempre controvento; da 44 anni dalla parte del torto.